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L'uomo dei sogni

di Lella Costa su Smemoranda 1992 - Sogno e utopia

"Un uomo con le spalle larghe, ecco cosa ci vorrebbe per te, che ti capisca senza farlo capire, e non ti spieghi mai perchè; che ti conosca da quand'eri piccola, o che da piccolo ti immaginava già un uomo con le spalle larghe, lo sa bene lui come si fa" 
Franceso De Gregori
Quello di "uomo dei sogni", o "uomo ideale", è inevitabilmente un concetto relativo e soggettivo, visto che sogni e ideali sono squisitamente personali e individuali (anche gli uomini, a volte). E i modelli, o archetipi, che hanno contribuito a creare in noi questa immagine immaginaria (ma che audace calembour!), hanno in genere una spiccata impronta generazionale, oltre che culturale in senso lato. Adesso smetto di scrivere come Alberoni e vengo al dunque.
L'uomo ideale, per noi eterne ragazze nate più o meno negli anni cinquanta, viene da molto lontano e ha ascendenze spesso inquietanti. Per esempio, non può prescindere da Robertino Chevalier, interprete oltrechè eroe di Operazione Luna (cfr. "la TV dei ragazzi"), in cui finiva sparato nello spazio, se la cavava egregiamente e conquistava l'affetto (nulla di più, per carità: erano i primissimi anni sessanta) di Loretta Goggi, sconfiggendo il rivale Massimo Giuliani (in seguito eccellente doppiatore di John Belushi: quando si dice la sfiga, una carriera stroncata dagli eccessi di un altro).
Poco dopo, un altro appassionante duello, per di più in prima serata, tra il bruno e catatonico Fabrizio Moroni e il meno bello ma assai bravo Giancarlo Giannini in Davide Copperfield, e l'inevitabile cotta americana per il dottor Kildare (io ho avuto un supplente identico a lui, alle medie). E poi, finalmente, la rivoluzione.
I Beatles: ancora oggi non riusciamo a perdonarci di aver preferito, sia pure per poco, lo sciapo Paul al problematico John (Ringo era tagliato fuori in partenza, ma chi poteva immaginare che avrebbe sposato Nausicaa? Quanto a George, c'è voluta la Svolta Orientale perchè lo prendessimo in considerazione).
Gli Stones: il passaggio dal rassicurante casco biondo di Brian Jones (mai abbastanza rimpianto) alla perversione pura di Mick Jagger ha coinciso con la perdita dell'innocenza, sacrificata definitivamente, anni dopo, di fronte al video di Let's dance. 
Dopo esserci tormentate invano nel dubbio "meglio Jagger o Bowie", ci siamo rese conto che scegliere era una stronzata criminale: molto meglio beccarseli tutti e due insieme, e poi magari vivere di rendita per il resto della vita. (Nota: come mai in tutti questi anni, nessuno ha emanato un decreto legge che obbligasse Mick Jagger a portare il chador? La sua bocca è la più perfetta, sfacciata, provocante, irresistibile istigazione al peccato di questo secolo. Con buona pace di Tinto Brass.)
Intanto facevamo politica, e andavamo al cinema. Nel primo settore, l'unica seduzione autentica, anche se per lo più postuma, l'ha esercitata Che Guevara: molte militanze femminili nascevano dalla speranza di incontrare un "lider" come lui (e non come Fidel, su cui invece ha puntato Mario Capanna e abbiamo visto tutti come è andata a finire); e a suo tempo qualche brividino di prammatica l'han suscitato Daniel Cohn-Bendit e Rudi Dutschke, che aveva una pallottola nel cuore, preciso a Gino Paoli.
Ma i danni, quelli veri, li ha fatti il cinema. Da sempre, da subito: Humphrey Bogart, certo, ma anche Gerard Philippe, e Laurent Terzieff, e poi Jimmy Dean (il cui unico vero erede è Paolo Rossi, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo: sono alti uguali, e quando recitano diventano bellissimi), e poi Monty Clift e Clark Gable in Misfits, e Paul Newman e Robert Redford in Butch Cassidy, (dio, quanto abbiamo odiato Katharine Ross: mica per niente è finita a fare I Colby in televisione), e gli "alternativi", da Dustin Hoffmann ad Al Pacino fino a Robert De Niro, magari in coppia con Depardieu (altre invidie smaccate per la Casini). E ancora Marlon Brando, in canottiera e non, e gli struggenti Jules e Jim di Truffaut, e Peter Finch in Domenica maledetta domenica, e Sean Connery sempre, ma soprattutto adesso, e la scontrosa, indimenticata tenerezza di Patrick Dewaere, e la perfetta normalità di Cary Grant e Harrison Ford, e Kevin Costner e Gregory Peck e Albert Finney e Daniel Day Lewis e Bruno Ganz e William Hurt, ma NON Mickey Rourke: detestabile, con quel nasino da treporcellini e il sorrisetto da emiparesi, fasullo e pretenzioso come gli anni ottanta che l'hanno celebrato.
E poi tanti altri, naturalmente, spesso bellissimi, a volte straordinariamente bravi, sempre irrangiungibili - e tra tutti uno piccolo, con gli occhiali e pochi capelli, identico a quel nostro ex-compagno di liceo tanto simpatico e geniale che un paio di volte ci aveva stupito con piccole poesie d'amore e un'insospettata ironia, sì insomma, lui Woody. L'unico che abbia veramente capito tutto. 
L'unico che ci abbia viste, oltre che guardate, e amate, oltre che sedotte; l'unico capace di raccontarci al cinema un "momento perfetto", come Proust; l'unico che dopo un bacio e una battuta si sia inventato quella piccola frase rivelatrice: "Però io scherzo".
Dopo di lui, il digiuno.

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