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Associazione pasticceri ipotonici

di Lia Celi su Smemoranda 1992 - Sogno e utopia

Fino a non molto tempo fa la mia capacità di concepire sogni o utopie era assai limitata. 
Tanto per capirci, i miei ideali non si spingevano oltre il possesso contemporaneo di un'amaca e di un cabaret formato transatlantico di paste alla crema. Fatalmente venne anche per me il momento di affrontare le eterne contraddizioni del vivere umano.
Fu un duro apprendistato. L'uomo non era affatto la misura di tutte le cose, come scoprii cercando di infilarmi un paio di jeans a tubo nel camerino di un negozio Benetton. 
Ci vollero due mesi e l'intervento di Uri Geller per liberarmi da quel groviglio informe, che un celebre museo d'arte contemporanea stava già per acquistare come versione postmoderna della Guernica picassiana. Quell'esperienza traumatizzante fu un vero scossone per la mia attività intellettuale (fino ad allora inferiore solo a quella di un tapiro in letargo), procurandomi una dolorosa quanto confusa presa di coscienza.
Cos'era il progresso umano? Guerre sanguinose spacciate per "operazioni chirurgiche", armi devastanti, sistematica distruzione del pianeta, i Ferrero Rocher.
Insomma, nient'altro che ferocia dell'uomo sull'uomo. Nella mia mente zampillavano le grandi domande di sempre. Dio non c'è? 
E se è così chi raccoglie la sua posta? Esiste un legame tra depressione e cancro? 
E' scientificamente dimostrato: su cento persone che vengono a sapere di avere un cancro, novantacinque smettono di ridere. 
Holtz e Luposchansky avevano dunque ragione? E soprattutto, chi cavolo erano? In parole povere, era possibile realizzare il paradiso in terra spendendo una cifra ragionevole?
Cercai di coinvolgere in questo tormentato itinerario spirituale i miei conoscenti, ma invano. In compenso, furono i miei conoscenti a spiegarmi con molta chiarezza la loro idea per rendere più vivibile l'umana dimora: bastava cacciarmi un fazzoletto in bocca e spedirmi su Marte.
Tutto mi spingeva a una carriera di genio isolato. In un negozio di libri usati barattai la mia preziosissima antologia di Geppo postillata da Umberto Eco con una serie di testi sacri del pensiero utopistico, dalla Città del sole di Campanella a Dimagrire senza diete di Wallace Deacon Jones, il medico australiano che stupì i contemporanei sostenendo che il metodo più efficace per perdere chili rapidamente era l'amputazione degli arti. Mi barricai in casa, staccai il telefono e per tre settimane mi diedi a una lettura sfrenata. Fu una colossale rottura di palle.
A deludermi fu soprattutto la Repubblica platonica: a un primo sguardo sembrava un incrocio tra la Cambogia di Pol Pot e un Club Mediterran‚e, mentre a una lettura più attenta ci si rendeva conto che purtroppo assomigliava a un Club Mediterran‚e basta. Non mi arresi: l'umanità attendeva il mio personale contributo alla costruzione di un mondo migliore. E dopo qualche anno di intenso lavoro notturno diedi alle stampe un'opera in tre tomi in cui difendevo il diritto di ogni uomo a possedere un'amaca e un cabaret formato transatlantico di paste alla crema. 
Il trattato uscì nell'indifferenza generale, se si esclude una moderata curiosità da parte dell'ala più estremista dell'Associazione Pasticceri Ipotonici. Ma non ho dubbi che prima o poi qualche postero rivaluterà il mio pensiero. 
Non ho fretta, e soprattutto non ho niente in contrario a farmi ibernare.

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