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La bambola palestinese

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1992 - Sogno e utopia

Ho la fortuna di essere nato in un Paese dove posso avere il passaporto senza permessi speciali. Senza cauzioni, cioè soldi in mano a funzionari del governo. 
Me li ridanno se torno. E per uscire non serve che mezzo milione di persone spinga un muro come nella vecchia Berlino Est.
La sola noia è la burocrazia disorganizzata e i politici che rubano. Ma ogni mondo è paese.
Quando vado in Francia, in Salvador o in Vietnam, il mio ambasciatore non mi manda dietro nessuna ombra. Non pretende di sentirmi parlare, obbediente a veline speciali.
Sono libero di pensare e di sbagliare. Nessun poliziotto mi chiamerà per un rimprovero. Perchè nessuno mi impedisce di spiegare le cose che vedo e che so.
Sono i pensieri di una sera, in un albergo di Roma.
La hall dell'albergo È divisa come una città in guerra. Da una parte un gruppo di israeliani, ospiti di "Samarcanda". Fra un po' va in onda un film famoso: Exodus. 
Mostra una faccia del dramma: la fuga degli ebrei dall'Europa che li ha massacrati. Il film non racconta l'altra parte del problema. 
La terra promessa è abitata da un popolo che dei massacri di Hitler, delle deportazioni di Mussolini, non ha nessuna colpa. 
Gran parte dei palestinesi sa che c'è stata una guerra. Ottomila l'hanno però combattuta in un corpo speciale dell'esercito inglese. 
Sono andati in Germania a sparare ai nazisti. Poi, l'intrigo delle cancellerie sopra le teste di tutti. 
Promettono l'impossibile alle vittime di ieri. Ne fabbricano di nuove. 
La TV ha pensato di far vedere il film a occhi diversi. Lo sguardo di chi finalmente è arrivato in un posto che immagina di pace, e la storia di chi la pace l'ha perduta quando sono arrivati gli altri.
Gli uomini e le donne venuti da Israele hanno la faccia rossa e le mani dure dei contadini. Non tutti. 
Yael Dayan, figlia del grande padre, si muove nell'albergo col passo sicuro di chi agli alberghi, ai viaggi e alle interviste ha dedicato una certa parte della vita. Ma nella sua mezza sala, che un confine invisibile sta isolando, sembra meno felice di quando è sbarcata all'aeroporto. 
Cosa sta succedendo?
Gli israeliani guarderanno Exodus in studio. Le loro facce da specchiare nelle facce degli attori.
Anche i palestinesi saranno presenti, ma in modo speciale: hanno raccontato la tristezza che li accompagna a una macchina da presa, fuori di qui. Gli autori del programma non amano la televisione spettacolo. 
Il loro successo dipende proprio dall'aggrapparsi alla realtà senza forzature. Sono convinti che giocare fra due tragedie sia sconveniente. Così mostrano i filmati un po' prima a chi dovrà osservarli davanti alle telecamere assieme a milioni di spettatori.
Guardo come guardano mentre ascoltano le persone che hanno perduto la casa, il lavoro, i campi per lasciare tutto a loro. Le facce ingrigiscono: perplesse ma anche un po' spaventate. "Non voglio pasticci...", dice un signore. 
"Meglio avvisare l'ambasciata." 
Adesso il signore che ha telefonato è dirimpetto alla mia poltrona, in un angolo lontano, l'aria scontenta. Beve troppo in fretta. Le donne sono distratte. Osservano le piccole vetrine sparse nella sala dell'albergo. 
Indovino i loro pensieri: scarpe italiane, cravatte italiane, ombrelli che sembrano cravatte. Ascoltano come un dovere, senza passione, la predica di un diplomatico. Parla come un commissario di polizia. 
"A volte È più dignitoso affrontare il pericolo di una vergogna..." 
Yael Dayan controbatte con la voce aspra. Non è d'accordo. Una discussione rapida e non gentile. 
Lei non è figlia di contadini, ma del generale dalla benda nera che ha vinto la guerra lampo del '67, i famosi sei giorni. Non ha bisogno di obbedire. Il suo nome le garantisce la libertà dei ricchi e dei potenti. 
Alla fine il "commissario" attraversa il confine invisibile della sala e viene verso di noi. "Abbiamo raggiunto una decisione...": ha un attimo di perplessità quando vende come desiderio comune il diktat che è riuscito a imporre. 
"I miei compatrioti parleranno in TV se nessuna intervista 'agli altri' verrà mostrata agli spettatori. Deve andare in onda solo il film. Solo Exodus, la nostra storia. Gli arabi non c'entrano..."
Adesso la voce è tornata sicura: gli slogan della propaganda sono il pane del suo quotidiano. Yael deve dire qualcosa. "Capisco il nostro vantaggio nell'avere l'ultima parola." Si volta verso il "commissario" con l'aria di chi pensa: "Lui non si fida della mia ultima parola..."
A turbare chi è arrivato da Israele e a scatenare la censura dell'ambasciata è un racconto di tre minuti. La storia di Ruba, una ragazza che ha ormai vent'anni. 
Rifà la storia della sua famiglia. Il nonno abitava a Jafa, vicino al mare. E' la bella casa di un agricoltore palestinese. Coltiva pompelmi, arance, limoni. Sta provando con la canna da zucchero.
Chiama i suoi orti "giardini": succede anche in Sicilia. Una grande proprietà. Da lui dipende una folla di braccianti. Le sue verdure arrivano in Arabia Saudita. 
In quella primavera del '48, quando Ben Gurion si affaccia al balcone e annuncia la nascita dello stato di Israele, a Jafa scoppia il finimondo. L'attacco dell'haganah, l'esercito clandestino dei sionisti, spaventa il quartiere. 
Bombe nei negozi. Bruciano case. Chi ha un fucile cerca di difendersi ma viene messo a tacere. Improvvisare non serve contro commando organizzati. Gli altoparlanti dell'haganah tranquillizzano. 
"Non dovete aver paura. Stanotte allontanatevi dalle vostre case. Solo per stanotte. Quando il quartiere sarà perquisito, potrete tornare."
Una furbizia per mandarli via, ma quella notte nessuno lo sospetta.
Il nonno di Ruba impiega quattro mesi - su e giù per le scale degli uffici del nuovo stato - prima di convincersi che ha perso tutto. Gli è proibito tornare a Jafa, e la casa di campagna e le ultime terre rimaste si affacciano sulla linea armata di divisione tra Giordania e Israele. Ogni notte spari.
Nessun guardiano ha il permesso di restare quando tramonta il sole. Addio pompelmi, il lavoro muore.
Allora stacca un quadro. Al chiodo appende le chiavi della casa e della cassaforte di Jafa: un ricordo da seppellire. Poi ricomincia. E' un uomo pratico, bravo negli affari. Scende a Nablus, Cisgiordania.
Qualche soldo deve averlo messo via nei paesi dove esporta. Compra e trasforma la terra secca delle pietraie in nuovi giardini. Pianta altri pompelmi, si indebita con le banche, costruisce una casa. La vita ricomincia quando Ruba non è ancora nata.
Sua madre e suo padre si sposano a Nablus: grande festa.Poi prendono l'aereo per Vienna dove studiano all'università. Ed è il tedesco dolce della radio austriaca a informarli che è scoppiata la guerra.
La guerra "preventiva" di Israele nel '67; appunto la corsa in avanti di Dayan.
Per l'Egitto "sorpreso con le mutande alle caviglie", è un disastro. Re Hussein si ritira di là dal Giordano. Un'altra volta gli israeliani bussano alla porta dell'agricoltore palestinese. 
Come sempre non si limitano a bussare. Impongono leggi nuove. Espropriano gli orti più belli. E contano le persone: chi è fuori resta fuori. Non c'è tempo per partire da Vienna. 
Ruba nasce nella casa di due apolidi che non hanno, ormai, i soldi per l'università. Dei nove figli del vecchio possidente, cinque non possono tornare.
La sua vita diventa triste. Adesso che la nuova guerra ha unificato nel dominio israeliano l'intera Palestina, il nonno di Ruba può rivedere Jafa e visitare la sua casa. Sono passati vent'anni. Suona alla porta. Gli apre una signora polacca. 
Quello strano arabo la inquieta: a voce alta vuol sapere chi è, ma il vecchio non capisce e non ha tempo di rispondere. Si guarda attorno. I mobili sono ancora i suoi mobili. 
C'è una poltrona sulla quale riposava suo padre. Da ragazzo, ogni pomeriggio, gli portava il narghilè. 
La polacca si spazientisce. Insomma, cosa vuole? Ma il nonno di Ruba continua a tacere. La nostalgia è troppo forte: deve andarsene.
Ogni tanto chi è rimasto a Nablus finisce in prigione, vicino o lontano, nel deserto del Neghev. L'accusa vaga e imprendibile è sempre la stessa: opposizione alla presenza israeliana con discorsi e intenzioni ostili. Il nonno di Ruba ha diritto una volta al mese a incontrare il figlio più piccolo, in galera senza condanna. Di processo non si parla. E' la legge militare.
Qualche volta, quando arriva dopo ore di viaggio nel deserto, lo informano che non vedrà nessuno. Il figlio è isolato in una cella. Per punizione. Cos'ha fatto?, vuol sapere il vecchio. Non lo sanno. E il vecchio si arrabbia.
Un mattino, furibondo per il nuovo inganno, alza il bastone in segno di minaccia. Un uomo curvo davanti a quattro giovanotti dalle maniche rimboccate. Lo picchiano, finisce all'ospedale. 
Per la burocrazia della repressione è ormai una persona sospetta. I soldati buttano all'aria i suoi armadi. Arrivano all'improvviso, di giorno e di notte, e lo portano via. Questo signore, umiliato e solo, alla fine si ammala. Il cuore non resiste. Quando muore i figli sono lontani.
Ruba ha quasi due anni e la madre strappa il permesso di un viaggio a Nablus. Passa dalla Giordania attraverso il ponte di Allenby con la bambina in braccio.
All'aeroporto le ha comperato una bambola straordinaria: canta e ride. La bambina non sa che dentro c'è solo un nastro e la bocca diventa un piccolo altoparlante, insomma, un trucco neanche complicato. Per lei è un mistero che incanta. 
Il viaggio faticoso sparisce. La bambola continua a cantare fino al ponte di Allenby. Di là dal ponte il poliziotto israeliano apre le valige e fruga nelle borse. E' normale, a ogni confine. Poi vede la bambola di Ruba e allunga la mano per perquisirla. 
Ruba non vuole, si aggrappa alla bambola. Il poliziotto deve usare anche l'altra mano. Sotto gli occhi terrorizzati della bambina prende un coltello. Comincia a squartarla. Vuol sapere cosa nasconde. Trova la paglia dell'imbottitura, la pila, il nastro: le solite cose.
Ormai Ruba non piange. Guarda e tace.
Lascia che i resti di un giocattolo tanto amato finiscano nel bidone delle cose proibite. Impietrita. Per giorni e giorni non riescono a sgelarla. E' talmente sfinita che si ammala. 
Un febbrone, ai bambini succede. Ma così malandata non può rimettersi in viaggio. Le corriere ferme ore e ore davanti al confine sul Giordano. La strada impossibile per salire ad Amman. E poi il freddo dell'Europa d'autunno. 
La madre ha il permesso che scade. Chiama il medico e il medico testimonia la malattia e raccomanda: la bambina non deve muoversi dal letto.
"Per me va bene ma la legge è legge", risponde l'ufficiale israeliano che governa Nablus. Bisogna rispettarla. Ruba e la madre possono dormire ancora nella loro casa solo pagando una tassa incredibile per ogni giorno in più. 
"Pagare per restare nella mia casa?", la madre e Ruba se ne vanno.
Una piccola storia uguale a migliaia di altre. Ma poi Ruba dice una cosa: "Adesso sono serena. So che prima o poi tutti tornano a casa..." 
Sono queste parole a far tremare il "commissario".

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