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oggi voglio

Irene mia

di Paolo Calvani su Smemoranda 1992 - Sogno e utopia

L'aveva conosciuta alla gita delle pentole. 
Lui, col suo microfono al collo e la parlantina sciolta, lei col nonno novantenne che non voleva perdersi il Milano-Montecarlo-Milano in pullman a 19.900 lire.
Irene era la più giovane passeggera mai salita sul bus da quando lui aveva chiuso con la politica e si era messo a vendere padelle e tegami on the road. 
Non era bella, era bellissima, con i capelli forti e gli occhi veloci. La abbordò al primo autogrill, invitandola a cena per la sera. 
Lei non rise, non rispose e non abbassò lo sguardo. Lui le allungò il biglietto da visita con tre coperchi in rilievo, lei si eclissò col vecchio.
La mattina dopo fu svegliato dal telefono.
"Sono io. Accetto." Non volle essere passata a prendere, preferiva il taxi. Lui le diede l'indirizzo del migliore ristorante che conosceva e riagganciò nel pallone più completo.
Al ristorante, Irene era gi... al tavolo. Indossava una giacca blu scuro e un cappello panoramico. 
Mentre lui si sedeva la gente smise per un attimo di parlare. La esaminò scientificamente: più giovane di lui, mani immacolate, caviglia sottile. 
Quando sorrise, lui avvertì una contrazione al muscolo del polpaccio. Non dovette imbastire la solita conversazione pirotecnica: al caffè non aveva ancora messo in pista nessuno dei suoi cavalli di battaglia, niente crociata antitaxisti, niente elogio di Vasquez Montalban, niente frecciate alla Rossanda.
Lei raccontava barzellette, chiedeva delle pentole, buttava lì ipotesi sul futuro di Melli.
Chiusero la cena con una scommessa sul nome del segretario del Pdsvs, il Partito democratico della sinistra verde e socialista. 
"Chicco Testa", disse lui. 
"Rutelli", replicò lei. 
"Vanno centomila?" aggiunse sfiorandosi il cappello.
Uscirono nel freddo e trovarono la macchina di lui imprigionata da una ganascia. 
"Va bene, prendiamo la mia." 
"Ma non eri venuta in taxi?" Non rispose e si avvicinò a una Jaguar verde scuro. Lo accompagnò a casa guidando precisa.
"Sali un attimo?" Lei salì.
Mentre lui infilava le chiavi nella porta, lei gli sfiorò le labbra con una mano. Lui aprì la bocca e le strinse un dito tra i denti. Entrarono in casa. 
"Hai del latte condensato?"
L'aveva. 
Irene prese un bicchiere, lo riempì a metà di cognac, aggiunse succo d'arancia, sale, ghiaccio e una striscia di latte condensato. Mescolò il tutto e gli tolse la camicia. 
Bevvero e si abbracciarono, lui sentì i bottoni sul torace. Guardò i suoi libri, aprì un album di Lauzier e si sfilò la gonna. 
Passò alle videocassette, quando vide Marrakesh express si illuminò. Chiese di vedere la scena della partita di calcio e la voce di De Gregori la fece piangere. 
Disse che era felice, se poteva dormire lì. Il suo profumo invase il letto, i suoi capelli riempirono il cuscino.
Lo svegliò a mezzogiorno con un vassoio con uno yogurt, due baci di dama, un caffè e una Camel light. 
"E' tardissimo", disse lui ricordandosi della ganascia. 
"Ti amo", disse lei togliendosi l'accappatoio. Guardò fuori, nevicava. 
"Devo andare dai vigili per la macchina. Vieni con me." 
"La macchina è qui sotto. Mi sono svegliata presto."
Un anno dopo ebbero una bambina con i capelli forti, e Rutelli divenne segretario del Pdsvs.

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