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Attore Americano

di Gabriele Porro su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Il primo a salire sul palco, sfoggiando un grado inarrivabile di commozione e consapevolezza, comunque superiori a chiunque altro prima, è stato Robert De Niro. 
Settantasette anni portati bene, i suoi: merito anche di uno stage di tre anni in un ospizio del Minnesota, indispensabile per interpretare il suo terzo film da regista-attore, Damned elderness, un monologo di centosessantotto minuti, a camera fissa, protagonista un anziano signore di Little Italy che racconta la sua violenta giornata al supermarket (due nomination all'Oscar solo per la sua interpretazione). 
Certo, nessuno meglio di Bob, devono essersi detti gli organizzatori del Geriatrical Globe Award, può rappresentare la grande tradizione dell'attore americano. Lui che, vincitore di ventidue statuette, dopo aver diretto per molti anni l'Ascetic Actor's Studio se ne andò amareggiato perché il suo programma d'insegnamento, basato su una full immersion nel Bronx alternata a pedagogiche sedute notturne nelle favelas della periferia di Città del Messico, era stata messa in discussione dallo stremato collettivo dei suoi allievi, imploranti qualche ora di sonno settimanale.
Eppure, visto alla luce dei riflettori hollywoodiani, rispettosi ma spietati nel rilevare i segni del tempo, anche il vecchio Bob De Niro lasciava filtrare un vago sospetto di umanità, forse addirittura l'ipotesi che in una qualche remota occasione (comunque prima dei sei anni) possa aver sbagliato una pausa in una discussione coi genitori, o addirittura anticipato un'entrata in classe alla prima ora del lunedì.
Fantasticherie assurde, misere illazioni giornalistiche, che svaniscono pochi attimi dopo, quando raggiunge il palcoscenico del trionfo una raggiante Meryl Streep, splendida nonostante l'annosa assenza di un mignolo alla mano destra, frutto di un'edizione particolarmente realistica di Anna dei miracoli, protagonista una piccola cannibale. Il doveroso premio alla sua carriera giunge per fatale coincidenza proprio nel momento culminante del successo di Me and me, by myself, l'ultimo, autobiografico film che la star americana ha diretto, interpretato, prodotto, distribuito, pubblicizzato, recensito, e proiettato in 1500 sale sparse in tutto il continente americano: una drammatica epopea ecologica in cui Meryl, annoiata dalla facilità del compito che le stava di fronte, ha anche interpretato alcuni ruoli-cammeo (la giraffa, la lavastoviglie, il pianeta Urano) senza per questo compromettere la concentrazione e la messa in piega della sua testa pensante.
Nulla a che fare, certo, con la dinoccolata andatura di Sylvester Stallone, reduce dalla (riuscita) terza plastica completa del viso, resasi indispensabile dalle sevizie sopportate nella sua ultima avventura cinematografica, Masoch, an american hero, in cui Sly, ormai insaziabile di torture e patimenti, è riuscito a mettere in pratica le teorie più estreme della sopportazione umana.
Esperimenti che il simpatico attore italo-americano ha poi dimostrato, sia pure in breve campionatura, anche sul palco del Geriatrical Memorial. Una serata commovente, delicata, cui ha conferito un ultimo tocco di grazia l'eterno scettico dell'America moderna, Woody Allen, impegnato nella stesura della sceneggiatura, da molti anni covata e caldeggiata, di What does it mean?, trasposizione per immagini (in ottanta minuti) dell'opera omnia di Elias Canetti. 
Woody Allen l'ha girata interamente nell'armadio della sua stanza a Manhattan, spiegando l'insolita scelta così: "E' il massimo dell'esotismo che voglio concedermi, ma per il prossimo film abolirò decisamente gli esterni".
Unico posto vuoto in palcoscenico, assenza prevista eppure non per questo meno dolorosa, quello del grande Marlon Brando, Un gesto di protesta inequivocabile il suo, per il quale il mostro sacro ha chiesto, con benevolenza indiscutibile, la modesta somma di quattro miliardi di dollari. Ovviamente subito accordati. 
Business is business. 
Ora Marlon partirà per il set di The ultimate West, remake del celebre kolossal di Ford. Hathawav e Co.: il film, affidato alla cinepresa di Michael Cimino, è a un mese dall'inizio delle riprese, ma la Sony, produttrice del kolossal, è già in amministrazione controllata per l'alto costo dei documenti necessari alla stesura dei preventivi della sceneggiatura.

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