I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

Maschio

di Lella Costa su Smemoranda 1991 - Le Americhe

A differenza del frivolo Buffalo Bill di De Gregari, se mi avessero chiesto di scegliere tra la vita e la morte, io NON avrei scelto l'America. 
Forse, prima di andarci, qualche illusione ce l'avevo anche, qualche aspettativa. Una roba a metà tra il Guccini di Incontro e la Gianna Nannini, più molte letture, più troppi film, e non tutti eccelsi, ma sempre indimenticabili. 
Paul Newman e I segreti di Filladelfia. 
Jack Nicholson che litiga con la logica ottusa degli hamburger in Cinque pezzi facili. De Niro straziante ne Gli ultimi fuochi:"...stavo solo facendo del cinema...". 
E poi, ovviamente, Woody Allen, e quindi New York.
Ora io dico: se metropoli deve essere, che metropoli sia. Mica robe intermedie che fan finta di essere Europa.
New York è categorica: adrenalina alle stelle, jungla d'asfalto e niente mezze misure. Non ci vivrei, forse, ma è straordinaria. E' il resto che è una tragedia. Intanto, l'America è sostanzialmente provincia: cittadine anemiche e anonime tutte allungate ai bordi della strada principale, tutti chiusi in casa alle dieci di sera, e i nottambuli duri tirano mezzanotte bevendo birra ai banconi dei bar, scomodissimi ma fondamentali per evocare i quadri di Hopper (Edward, non Dennis).
Da dove salti fuori Tom Waits, resta un mistero - ma in fondo il suo vero cognome è polacco, e si alleva i polipi sulle corde vocali per diventare sempre più roco e surreale. Mica è americano. Americano, invece, e molto, è Sam Shepard, nonostante l'aria ascetica e amletica e i travestimenti da Wim Wenders: ci è voluto un po' perché ci accorgessimo che i suoi eroi solitari, i suoi vecchi saggi e ubriaconi e la solitudine infinita del deserto del Mojave erano in realtà delle menate inesportabili, e insopportabili; e da quando sta con la Jessica Lange, ha fatto anche dei film tremendi...
E poi, sono brutti. Loro, dico, gli americani. Brutti veramente, e soprattutto grassi, anzi obesi. Fiumi di esseri enormi invadono le strade nelle ore di punta: sgraziati, goffi, pachidermici.
Mi ricordo la Wabash, a Chicago, letteralmente invasa dai ciccioni. Bianchi, per lo più; ma ahimè non solo: anche i neri flessuosi e ballerini, padroni assoluti della città durante i week-end, si stanno adeguando. Anche loro ingrassano, a volte, perdutamente. 
Quanto sono brutti, gli uomini americani - quelli veri, non quei tre o quattrocento che infatti diventan stelle del cinema o presidenti della repubblica, o a volte tutt'e due. Angosciati dal grasso, sperperano vite e capitali in diete vessatorie, oppure si rifugiano in qualche setta religiosa.
Dio è dovunque, e non in senso figurato: in God we trust, recitano le verdi banconote. Quando ti presentano qualcuno, ti comunicano nome, cognome, religione (se è "decente") e salario annuo. E quelli che appartengono a uno scaglione superiore, mai familiarizzerebbero con altri dagli imponibili più modesti. 
Un incubo - come vivere perennemente in un manuale di istruzioni per la compilazione del 740.
E poi viaggiano, girano, si spostano, non stanno fermi un momento - a tutte le età, per tutta la vita, inquieti e sorridenti, invadenti e irreprensibili. Riescono a rimuovere tutto, non hanno memoria, non si capiscono bene neanche tra di loro. E comunque, Dio è con loro. 
God bless America: gliene hanno affibbiate tante, di sponsorizzazioni, ma questa mi sembra di gran lunga la peggiore.

Advertisement