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Ross. Modella. Americana

di Paolo Calvani su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Lui era di quelli che il nome delle donne sull'agenda lo scrivono a matita. 
Forse odiava le donne. Sicuramente odiava il bianchetto. Ma una volta non era fatto così. Aveva casa con la sua morosa alla periferia di Cusano Dilanino, il paese del Trap, il suo mito. Un giorno sentì la compagna parlare al telefono con un certo signor Gondrand. Poi la vide gironzolare intorno alla libreria e scegliere volumi su cui scriveva il suo nome. Capì che era finita. Lei se ne andò con un massaggiatore - roba cinese, per fortuna, niente calcio - e lui si ritrovò solo. Solo, con un rimpianto e un sogno. Rimpiangeva di aver sopportato invano la pesantezza della morosa: 90 chili mitigati da una buona dose di simpatia. E sognava di avere donne splendide, magre e un tantino stronze.
Rapido come una stenografa, segnava sull'agenda numeri di telefono, orizzontalizzava la vittima e la faceva sparire a colpi di gomma.
Non per cattiveria: per terapia. Poi mise a fuoco l'obiettivo finale: una modella, magari americana. Anzi, sicuramente americana. Segato in campionato, doveva puntare tutto in Coppa.
Ogni mattina era a Milano. Si piazzava al capolinea del bus privato che portava le spilungone americane nelle redazioni dei giornali di Berlusconi. Conosceva l'autista, un uomo di ampie vedute e di tasche capaci. Lui saliva sul bus e fingeva di essere un giornalista. Si era preparato una frasetta per farle ridere e attaccare discorso: "Excuse me, miss, could you show me the shorter way to know you?", qualcosa tipo "Scusi , signorina, potrebbe indicarmi la strada più breve per arrivare a conoscerla?" Poi si qualificava: "I m a journalist" diceva con l'aria di chi cala l'asso di briscola. Me queste non facevano una piega. Qualcuna bisbigliava. 
Tentò con "publishing manager", dirigente editoriale, ma non attaccava. Provò allora con "adversiter", pubblicitario, e fu un trionfo. Diciottenni del New Jersey, ventenni del Vermont, persino un'undicenne di Las Vegas messa giù da gara arrivavano al gesto supremo: si toglievano il walkman dalle orecchie e biascicavano "Really?".
Una bonazza di Albuquerque passò tutto il tragitto a ripetergli come doveva pronunciare il maledettissimo nome della sua città. Ma poi accettò la "date", l'invito a cena. Era bastato un mesetto di allenamenti e si trovava già in finale al Santiago Bernabeu. Mitico.
Prenotò con 72 ore d'anticipo un ristorante da 100 carte a cranio e chiese il tavolo in mezzo alla sala. Voleva essere certo che tutti i clienti, i camerieri, gli sguatteri e i cassieri lo vedessero scendere in campo con la donna dalle gambe lunghe sei metri e il culo più alto d'Europa. Portò a lavare la Fiesta e passò a prenderla.
Billie, la bionda di Albuquerque, aveva la febbre. Ma al citofono gli chiese se voleva uscire con Ross, la sua compagna d'appartamento.
L'offerta fece svanire i suoi propositi suicidi, e si ritrovò seduto in macchina ad aspettare questa Ross. Modella. Americana. Mai vista. Dall'hinterland di Cusano a una scena da film, mica male.
"Hi", disse Ross dal finestrino. Lui la vide e deglutì. Alta era alta. Ma era anche negra. No, lui non era razzista. E' vero, alle elezioni era stato incerto fino all'ultimo se votare Dp o Lega Lombarda. Ma è anche vero che è pieno di gente di sinistra che tiene al Milan. E comunque alla fine aveva votato Dp. E adesso divideva il pane con una negra nel ristorante. 
Lei parlava benino l'italiano. Non sembrava così scema, né così giovane. Lui non riusciva a ricordarsela sul bus della mattina, ma lei spiegò che era una top: non faceva servizi sui giornali, solo pubblicità, perché pagano di più. Lui si ricordò di essere un pubblicitario e le tenne bordone. Ross ordinò solo un'insalata e gli disse sottovoce: "Si dà troppa importanza ai ristoranti. Negli anni Ottanta hanno rappresentato ciò che il teatro era nei Sessanta."
Lui annuì come un ebete anche se gli sembrava di aver sentito quella stessa frase in un film. Lei poi parlò di Gheddafi e Mandela, di Martelli e La Malfa. Lui apprezzò il suo tentativo di allargare il discorso, poi sfoderò la sua cultura americana. Esordì col Superbowl, ma lei non raccolse.
Svariò sui Boston Celtics e il mitico Larry Bird, e lei sempre muta. Gli chiese da che Stato veniva e lei farfugliò qualcosa. Poi Ross disse che aveva fame e ordinò stinco con patate, bevve per la prima volta un sorso di vino, tirò su col naso e prese fiato. Seguì un silenzio pieno di tentennamenti. Quindi Ross cambiò voce.
Parlò velocemente, con leggero accento milanese. Veniva dal Senegal e faceva i mestieri a ore. Da anni viveva ospite qua e là, e a volte finiva in pensione. Ogni tanto, col trucco della febbre, Billie la aiutava a svoltare qualche cena con il turbo-ricco di turno a caccia di modelle. "Non so perché ti dico questo, ma tu mi sembri diverso da quelli là". 
Lui la guardò negli occhi e pensò che erano bianchi. Pensò anche a Pelè, a Garrincha, e allontanò il ricordo di Juarì. Pagò il conto, le disse che insegnava alle serali, la fece salire sulla Fiesta e la portò a Cusano. Altro che discoteca, meglio il pellegrinaggio notturno alla casa nativa del Trap. Poi le avrebbe offerto il posto vuoto nel letto e un angolo dell'armadio. Ed ebbe paura. 
Per la prima volta non era in linea col mister. Lui aveva scelto i tedeschi.

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