I cookie ci aiutano a fornire i nostri servizi e a renderli il più possibile efficienti e semplici da utilizzare. Utilizzando tali servizi e navigando i nostri siti, accetti implicitamente il nostro utilizzo dei cookie. Per maggiori informazioni sui dati registrati dai cookie, si prega di consultare la nostra Cookie Policy.

Accetto

oggi voglio

login

Western

di Patrizio Roversi su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Ho sentito parlare del "bifidus attivo" da uno spot promozionale lattiero-caseario. 
Mi è piaciuto subito: mi ci sono immedesimato al volo. 
Anch'io mi reputo un bifidus attivo, alias schizofrenico-compensato, alias frustrato-felice. Nei 94 chili del mio corpo trovano posto due persone di 47 chili ciascuna: una civile e un ano. Sotto ai miei modi che si sforzano di essere normalmente pacati e urbani scorre una fogna nerastra di liquami aggressivi, superomistici, primordiali.
Dall'equilibrio tra queste due personalità nasce la mia gastrite, nascono i miei scatti di nervi e la mia obesità. Io frequento degli psichiatri, ma solo in via amichevole, non terapeutica.
Il mio vero psichiatra è Tex Willer. Il mio Freud è Louis L'Amour, il mio Fromm è Zane Grey, due tra gli autori di romanzi western più letti nel mondo.
Il campo sul quale provo a giocare col mio inconscio è, dunque, la Frontiera. Col western io posso oltrepassare la frontiera dei principi del mio super-io e posso allentare la difesa dei miei imperativi categorici: posso partecipare a risse e sparatorie, posso dimenticare la non-violenza, la tolleranza, la teoria della relatività, la società multirazziale ecc. ecc.
Soprattutto tramite l'immedesimazione con l'eroe-western io posso guarire dalla malattia che, a volte, mi rende sociologicamente vigliacco. Questa malattia si potrebbe chiamare paresi autobloccante da pluri-immedesimazione schizoide in punti di vista opposti: in poche parole io, nella vita, sono portato a mettermi nei panni di tutti cosicché quando devo prendere una posizione netta mi sento senza mutande.
Leggendo un western invece io "sono" l'eroe, e gli altri sono semplicemente "nemici".
Altro aspetto positivo del western è rappresentato dallo sfogo feticistico e dalla grande quantità di oggetti transazional-simbolici: pistole galliche, fondine vaginali, selle curiose, stetson virili, mustang fedeli, spuntini a base di carne secca e birra fresca...una vera vacanza dalla vita!
Ma proprio perché questo viaggio ad ovest di me stesso io voglio farlo a livello mentale e individuale, in uno stato di sonnambulismo autoipnotico da cui rischio continuamente di svegliarmi, io i western preferisco leggerli piuttosto che vederli. Quando mi capita di vedere un film western che, per sua natura, deve "mostrare" tutto, mi basta un particolare estetico fuori posto per risvegliare il mio senso-critico-inibitorio: mi basta un paesaggio troppo ciociaro, un sombrero troppo finto, un cavallo maremmano piuttosto che un quarter o un appaloosa per distruggere l'incanto.
Confesso di aver goduto solo di fronte a qualche film americano e di ostentare la massima frigidità di fronte al western all'italiana, per non parlare poi del genere western-brillante che mi fa decisamente soffrire. Nel romanzo e nel fumetto invece è tutto soltanto abbozzato e il "viaggio" me lo faccio da solo, guidato anche soltanto da un dialogo scarno o da un disegno a china di Galep. Questa sindrome auto-solipsistica (nel senso che mi porta a guidare da solo me stesso nelle celesti praterie) potrebbe chiamarsi anche sindrome salgariana, dal nome del più grande evasore mentale della letteratura italiana.
Insomma, il western sarà anche una malattia, ma è una malattia leggera a cui sono affezionato, una malattia che ne tiene lontane altre ben più gravi.

Advertisement