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oggi voglio

Oh yeah?

di Pietro Banas su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Qui ragazze che di giorno manovrano milioni di dollari a Wall Street, di notte nutrono i poveri nelle cantine delle chiese. Qui si fa la coda per mangiare una bistecca alla Sparks Steak House perché lì davanti è stato riempito di pallottole Paul "Big Paul" Castellano, o le fettuccine da Umberto's Little Italy perché è il posto dove è stato tirato giù dalle spese Joey "Crazy Joe" Gallo. 
Qui durante una sfilata di moda puoi osservare una signora che spalma il midollo del proprio marito su un triangolino di pane tostato, e visibilmente assapora lo stuzzichino. Qui Francis Scott Fitzgerald, ragazzo d'oro della Generazione Perduta, scoprì gli scritti di Karl Marx e predisse che "per portare avanti la Rivoluzione, potrebbe essere necessario lavorare all'interno del Partito comunista". 
Qui mariti di donne arroganti e prepotenti vanno a letto con le prostitute da pochi dollari nei pomeriggi più torridi e umidi nella speranza di contrarre una malattia venerea. Qui il potere non uccide: con magnanimità, autorizza il suicidio.
Qui un giudice ha sentenziato che chiedere l'elemosina è "un atto di informazione e persuasione". Mi sono innamorato di New Jork da quando mi apparve la prima volta dal ponte della nave su cui lavoravo come lavapiatti in un'alba rosa, azzurra e gelida del gennaio 1960. Sbarcai, e un poliziotto mi prese le impronte digitali, in modo da potermi identificare se avessi disertato dalla nave per rimanere negli Stati Uniti. 
Con il tempo e con l'infittirsi della relazione l'amore è diventato passione. Nutrita dall'intreccio - unico al mondo - di paradosso, cinismo, dramma e ironia in cui è aggrovigliata questa città dove la follia paga interessi altissimi.
Oh yeah? Ah sì? diciamo e sentiamo dire spesso, a ogni latitudine. Ma a New York il contenuto logico di questa espressione universale ha un valore almeno pari al suo contenuto nascosto. Oh Yeah? riflette assai più di "I don't give a shit" (letteralmente non mi frega una cacca) i sentimenti dei newyorkesi: è critica in bilico tra l'indifferenza e buonumore, è il minisegnale di una sincera incredulità, un modo per spezzare il ritmo in una situazione sgradevole, la lanterna magica che trasmette a chi ascolta il disgusto, la rabbia, l'amore, la speranza e le opinioni politiche di chi parla.
Nessun newyorkese può fare a meno del proprio oh yeah? E' il suo paradenti, il suo ramo di betulla, la sua coperta di Linus, la sua cannuccia per far bolle di sapone. 
E' il lubrificante indispensabile per proteggersi dall'usa e getta quotidiano. Per difendere il proprio equilibrio psichico di abitante di Metropolis, quando, in cima all'Empire State Building o a una delle due torri gemelle vicino a Wall Street, deve convincersi che la distesa di canyon sotto di lui non è infinita, che c'è dell'altro laggiù in fondo. Oltre che a saper valutare il significato dei vari oh yeah? New York, nei periodi in cui ci ho vissuto, è stata generosa di insegnamenti. 
Se si vogliono vivere i colori, i profumi e i fetori della città, il suggerimento è di trovarsi un buco a Manhattan a sud della 23rd Street, East Side: da qui si raggiungono anche a piedi tutte le zone che non sembrano casa, in Italia. 
Fatte salve le azioni di commando su obiettivi specifici come i musei e 42nd Street tra Times Square e il fiume Hudson, evitare accuratamente lo spazio compreso tra 23rd Street e 99th Street, sia a est che a ovest, dove sciamano le orde dei turisti e l'eurospazzatura, tra cui sono compresi gli inviati dei quotidiani e settimanali italiani che scoprono mode inesistenti e descrivono granchi vivi che a Chinatown saltano fuori dai cesti di vimini "per brevi passeggiate nel traffico convulso". Dimenticare il 98 per cento di ciò che di New York si è letto sui giornali e visto al cinema. 
Il modello Barman/Gotham City affascina ma inganna: non ci sono alligatori della Florida cresciuti nelle fogne dopo essere stati buttati nei cessi da piccoli, e i senzatetto che dormono rannicchiati tra vomiti e urina fanno parte dell'arredamento di ogni stazione della metropolitana, insostituibile mezzo di comunicazione che viaggia 24 ore su 24. Non avere paura. 
O meglio, non diffondere mai attorno a sé l'odore della paura. Guardarsi alle spalle, apparire timorosi, a New York equivale a risvegliare gli istinti peggiori nelle anime più belle.
Se siete una mamma che spinge una carrozzella con dentro un bambino anche il South Bronx fino al tramonto e Harem dopo il tramonto sono sicuri. 
Non pensare mai in termini di "voi americani": a un solo angolo di strada possono concentrarsi cinque o sei culture diverse, tutte che non si possono soffrire fra loro.
Però, al cospetto dello straniero, tutte si sentono ineluttabilmente americani. Addio melting pot: il crogiuolo è diventato una padella in cui tutto quello che di nuovo si aggiunge al resto mantiene la propria forma e sapore. 
Chiedi al cantante del complessino centro-americano in un locale del Lower East Side: di dove sei? Che sia o no a posto con le leggi sull'immigrazione, lui ti risponderà: "De aquì".

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