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di Fabio Santini su Smemoranda 1990 - L'arrivo del 2000

Marco ragionava a schemi. Aveva 37 anni, veniva da famiglia borghese, il culto per una figura paterna, paternalista e un po' equivoca. Per comodità e bisogno di sicurezza interiore, aveva deciso di dividere la sua vita a decenni. Stava dunque vivendo il suo quarto decennio di vita. Del primo ricordava un amore innocente e bambino: quello con Francesco. La sua prima ragazza, come amava rammentare agli amici. Ricordava la figura di un maestro elementare comunista. Lo guardava torvo e prevenuto perché suo padre non lavorava in fabbrica come quelli dei suoi compagni De Robertis e Vitali. Del secondo, i favolosi anni sessanta, i Beatles, la grande Inter, la fine degli studi liceali, l'iscrizione all'Università alla Facoltà di Scienze politiche, le prime assemblee, la militanza politica nei gruppi di sinistra, come accadeva fra i giovani della borghesia milanese di quegli anni. Del terzo, gli anni settanta, ricordava l'inserimento nel mondo del lavoro, l'aver realizzato i suoi sogni come uomo dedito ad un'attività, quella di giornalista, che accarezzava fin da ragazzo. Ma ricordava gli spettri del terrorismo, le tensioni palpabili ogni giorno, in una Milano lacerata da una guerra sanguinosa e apparentemente senza fine che aveva ingenerato in tutti paura, falsi miti, scarnificando il senso di una giornata qualsiasi a quel triste appuntamento serale con il telegiornale. Non c'era ancora Lilly Gruber, né l'arrembante Mentano, Marco non ricordava nemmeno più chi leggesse quell'assurdo bollettino di guerra giocata in casa fra gente indifesa e mostri senza identità, ombre che si muovevano sinistre e camaleonte fra la gente della strada, vili e micidiali, pronte a colpire senza un perché che non rispondesse ad una logica animalesca ed efferata. Marco visse gli ottanta come ogni altro uomo. Seguì da vicino il dilagare della televisione nella cultura mass-mediologica. Assistette a tanti fenomeni passeggeri ma significativi: a quello della non-musica, della non-società, della non-economia, della non-informazione. Ebbe due figli: Alessandro ed Elisabetta. Impartì loro la cultura della nonguerra, della non-guerra non della pace. Perché, pensava, su quella della pace erano pur sempre nati fenomeni come il terrorismo e un numero imprecisato di conflitti fratricidi. Su quella della non-guerra Marco avrebbe saputo costruire un'educazione ideale per i suoi figli ai quali lesse, appena l'età dei ragazzi glielo consentì, Lettera a mio figlio di Eco. Sapeva che su quella base avrebbe sviluppato l'educazione e il rispetto per la natura, per l'uomo, per le cose, per i sentimenti. E fu quella l'ideologia dominante del ventunesimo secolo. L'uomo tornò a ridiscutere tutto e prima di tutto se stesso. Ritrovandosi dopo anni di lacerazioni psicologiche e individuali.    

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