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Tex sbarca in America

di Sergio Bonelli su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Io la conosco bene, l'America. 
Tex Willer è mio fratello. Proprio lui, il famoso ranger, quello che gli indiani chiamano Aquila della Notte e i desperados "puro veleno". 
Insomma, dopo la nascita di Tex, anch'io in America sono stato di casa, Per la verità, era proprio fatta in casa, quella nostra America.
Sì, c'erano gli indiani, gli sceriffi, i ranch, i canyon. Ma a indiani e sceriffi giocavano tutti i ragazzi degli anni Quaranta cresciuti con i film di Tom Mix e Ken Maynard (nel decennio precedente, ahimè, si giocava ancora a romani e cartaginesi). 
I ranch somigliavano stranamente alle cascine della Bassa, quelle immerse nella nebbia in inverno e nell'afa umida in estate, dove è più facile vedere buoi, vacche e solidi cavalli padani, piuttosto che bisonti, longhorns e mustangs. 
E i canyons, anche quelli avevano un'aria familiare, come le forre e i canaloni dell'Appennino Ligure, il nostro Far West dietro l'angolo, magari ancor più insellato e impraticabile di quello vero.
I padri di Tex, come sapete sono due,: Giovanni Luigi Monelli ( che è anche padre mio) gli ha dato la parola, è lui che scrive i testi del fumetto; Aurelio Galoppini (più noto come Galep) è il disegnatore e gli ha dato il volto. 
Quando, insieme, nel 1948, diedero vita a Tex, Monelli e Galep conoscevano il West dai film, e soprattutto da quelli di serie B (il grande western degli anni Cinquanta, quello che piaceva anche a critici seri, non era ancora nato). Perciò, per documentarsi, andavano spesso al cinema. 
Il loro era un lavoro, che diamine! E siccome videoregistratori e home-video erano ancora da inventare, portavano penna e taccuino. Nel buio, prendevano appunti, facevano schizzi.
Il più sfortunato dei due era certo Galep, che doveva disegnare. "Guarda quel cappello, Galep! - diceva Monelli - Guarda quel fucile!" E Galep buttava giù, alla cieca, i disegni. 
Poi, a casa, chi riusciva a decifrare quegli incomprensibili schizzi? E Galep, coscienziosamente, si aiutava imitando il cappello di feltro del nonno cacciatore e il fucile con cui tirava alle anatre. 
Così sono andate le cose, più o meno. Comunque, il loro West di fantasia aveva una sua verità che i lettori, in misura crescente, avvertivano. E il gusto di Monelli e Galep era sicuro. 
Se dovevano ispirarsi a un film di serie B, andavano a vedere i primi John Wayne e lasciavano perdere i vari cowboy con la chitarra. 
Perché non usavano i libri, per documentarsi?, potrebbe chiedersi qualcuno. Libri? Libri illustrati sul West, nell'Italia del primo dopoguerra? Sì, i libri esistevano, ma bisognava andarseli a comprare in Inghilterra e America (e quelli illustrati scarseggiavano comunque). 
Il primo a farlo fu Rino Albertarelli, pioniere del fumetto italiano, anche di quello western, con il suo Kit Carson degli anni Trenta. Io ne seguii l'esempio. Era cominciata la nostra scoperta dell'America. Già alla fine degli anni Cinquanta, G. L. Bonelli immaginava le storie di Tex con la Guida Fodor del Vecchio West e pile di cartine geografiche accanto alla macchina da scrivere.
I luoghi erano tutti veri (con preferenza per quelli dai nomi più suggestivi, come "Foresta pietrificata" o "Deserto dipinto"), e se Tex doveva andare da una località all'altra, cavalcava quelle tante miglia e ci metteva quelle tante ore, né più né meno. La cartina faceva testo.
Da parte sua, Galep disegnava vere Colt e veri Winchester, vere bottiglie di whisky (non più improbabili fischi di Chinati come ai primordi) e realistici torrioni rocciosi dell'Arizona (non più il profilo del Catinaccio su cui, al posto del Navajos, era facile immaginare i rocciatori di Lecco o di Cortina). Con un'eccezione, però: finché i western antireroici e crepuscolari del glia nni Sessanta non mostrarono cowboy in deshabillé, ignorava (e noi con lui) che i rudi uomini del West portavano come biancheria intima, di preferenza, maglietta e mutandoni lunghi di flanella.
Così Tex, sotto la camicia e i jeans, indossò un'italica canottiera e italici boxer, che al massimo, a Hollywood, si permetteva Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio.
E poiché in fondo gli donano di più, continua a indossarli tuttora. Anche i lettori scoprivano l'America insieme a noi della Casa editrice. E se un tempo Tex poteva permettersi tutt'al più un esotico, ma facilmente comprensibile Adiòs amigos, oggi lui e i suoi pards possono esprimersi tranquillamente come fanno nella tavola riprodotta qui a fianco. 
Tiger Jack chiama correttamente Bunkhouse il dormitorio dei cowboys. Il figlio di Tex definisce volontari che inseguono i banditi con l'esatto termine di posse. 
Tex, con la parola marshall, si riferisce a un eroico tutore della legge che ha funzioni diverse dallo sceriffo, e così via. I lettori di Tex sanno che il travois è un mezzo di trasporto indiano trainato dal cavllo, cyhe la Gatling e lo Howitzer sono armi micidiali, che lo hogan è abitazione diversa dal tepee, e sono in grado di non perdere l'orientam,ento tra i vari riferimenti geografici alla riserva Navajo.
Possiamo persino permetterci ricercatezze come usare i termini originali per fuorilegge e cani della prateria. Solo ogni tanto, però.
La tavola pubblicata è stata fatta apposta dal sottoscritto e Tex, abitualmente non parla in un miscuglio italoinglese come il Partigiano Johnny di Fenoglio.
Ma neppure come l'americano a Roma di Sordi, oramai. Ha scoperto davvero l'America. O forse l'America ha scoperto Tex? Mah! Di sicuro so soltanto che mio padre è stato nel west, per la prima volta in vita sua, solo tre anni fa, in compagnia del sottoscritto. Attraversando in auto la Monument Valley, mi accorsi che, invece di guardare il paesaggio, leggeva un libro. Western, ovviamente. 
Mi indignai. "Ma come, Bonelli? Non guardi la Mionument Valley?" Lui alzò gli occhi. "Ma sì, ma sì la conosco bene..."
Eh già. Sciocco io a non averci pensato. Lui ci vive da quarant'anni.

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