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Che sfiga Las Vegas

di Stefano Bartezzaghi su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Quell'insopportabile monello del protagonista di Wargames stabilisce, potendolo, che il primo obiettivo della Guerra Termonucleare Globale sia la città di Las Vegas. 
Che consolazione, che vendetta. La sfiga di Las Vegas è che l'è lontana dai milanesi orizzonti, dio quanto l'è lontana. Ci penso sempre, nella lunga notte dell'insonnia: e penso che là, nel giorno sempiterno dei neon, il cowboy della sterminata prateria infila fiducioso il suo gettone nella promettente feritoia della slot-machine. 
Qui, mentre a me non riesce di prendere sonno, i contadini della Val Padana intendono per "slottà" qualcosa come "dissodare la terra".
Conseguentemente, quelle loro immense "slot-machine" che da decenni oramai hanno sostituito gli aratri, sviluppano una quantità di cavalli-vapore che a Las Vegas neanche la si sogna. Qui le padane feritoie si dicono "solchi": e certo, al posto delle cingolate macchine per slottare, una volta c'erano i buoi, e c'erano poi le mogli, e anch'esse erano dei paesi tuoi, ma questa è tutta una storia che Elio racconta molto meglio.
La grandissima sfiga di Las Vegas è che è così lontana che proprio non ci si può andare tutte le notti insonni, con il tattico volo delle 21.00 p.m., come invece potrebbe fare Jeff Goldblum, in Tutto in una notte, (e non lo fa, è un pazzo), per andare a visitare una certa pipetta di cui Dan Aykroyd diffonde mirabilie. No, non si può. 
Con tutta l'insonnia di cui uno può soffrire, da Milano al massimo è possibile recarsi in Panda a Campione d'Italia, a salutare un'amica di Jerry Calà: e suona male. Insonni di tutti gli aeroporti, unitevi. 
A Las Vegas non troverete tavoli da briscola e rubamazzo, né Sisal né totonero.
Il nipponico pachino non alligna, non si cesellano sciarade alterne, niente binghi da quotidiano di provincia, o problemi nabokoviani di scacchi. 
Non uno straccio di cruciverba, nessuno disposto a giocare a bandiera e castellone, la morra cinese e la pinnacola a tredici o più carte sono merce di contrabbando, il rebus strereoscopico non raccoglie adepti. L'insostenibile sfiga di esseri insonni a Las Vegas è che non siamo qui per divertirci. I nostri risparmi, sudati a slottare i campi padani, vengono immantinente tradotti in una scomoda illusione di valuta, straniera a chiunque: è detta fiche, e se ne parla in Dante (Inf. XXV.2.).
L'unico modo per liberarsi di questo sozzo surrogato di moneta (tenerla in mano è fastidiosissimo e dermatologicamente sconsigliato) consiste nell'appoggiarla con nonchalance su un qualunque angolo di certi tappeti verdi che foderano certi tavoli, e sentirsi già solo per questo un personaggio di Dostoevskij (Feder Michajlovic, 1821-1881). Rarissime congiunture e sigizie astrali - non si verificano quasi mai, ma occorre tenerle in conto - comportano non la desiderata sparizione del mucchietto di fiche, ma una sua temporanea moltiplicazione: circostanza che allunga il brodo, e rende tutta la faccenda un po' noiosa. 
L'indubitabile sfiga di permanere a Las Vegas è che non ci si muove mai più di lì, anche se lo si vorrebbe e se, a essere sinceri, un po' di sonno mi sarebbe anche venuto. Bisogna, prima, avere esaurito (perduto, in gergo) tutta la scorta di fiche di cui si dispone. Questo avviene tra caraibici vestiti come un americano pirla e WASP, che dicono in francese "niente va", e americane grasse vestite come francesi magre che maledicono i caraibici in lingua madre, e uomini senza giacca che si giocano le scarpe, e Fantozzi che corre rischi bevendo Terrier, e uomini con la cravatta allentata e il primo bottone della camicia slacciato che sudano chiedendo la carta, e fanno parte di un'altra barzelletta, anche peggiore di questa.
Ma l'America è così: c'è un neon che resta acceso e ronza; c'è il tuo orologio che, sarà il fuso, ti fornisce responsi impensati, forse casuali; c'è una pallina che va per i fati suoi; ci sono io che, se non avessi allogato un gruzzolo di fiche sopra un quadratino che porta un numero qualsiasi, sbadiglierei volentieri.
La dolce sfiga di essere qui a Las Vegas è che finalmente il sonno mi è venuto: vado a dormire, che domani mi tocca slottare di buon'ora tutto quel campo che vale mille fiche e una, e me la sto giocando proprio in questo esatto momento.

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