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oggi voglio

«Era meglio quando comandavano gli apaches

di Umberto Gay su Smemoranda 1991 - Le Americhe

Colombo e De Gama. 
Più a sud, Pizarro e gli altri conquistadores. 
Poi la mitica conquista del west realizzata da spregiudicati boys (solo più tardi anche "cow") giacche blu, predicatori, cacciatori d'oro e di sogni, povera gente in cerca di una realtà per sopravvivere. Sciabole e archibugi prima, colt e winchester dopo.
Sangue e sterminio per costruire un'unione di stati dominati da ricchi e bianchi. Quando il fine/desiderio riguarda i propri confini o la propria sicurezza interna ed esterna ogni regola, ogni diritto, ogni mediazione, per gli USA diventano inutili orpelli, fastidi da rimuovere.
Vecchie storie quelle di Pizarro e del generale Custer ma non più di tanto diverse dai muscoli mostrati a Panama e a Grenada o dalla voglia di guerra in Corea e in Vietnam.
Ma è dentro il cuore, nel profondo delle città e della cultura del più (pre)potente paese del pianeta che si annida, si ramifica, si moltiplica la più spietata e disperata violenza. Nessuno parla più di emergenze: da molti anni, ormai, la violenza negli USA è patologia, sistema di vita, e protagonista sociale.
Nelle metropoli americane, dalla infinita Los Angeles alla immensa New York fino alla "piccola" Washington, nulla riesce più a fermare il sangue che bagna le strade, la guerra senza sosta e senza quartiere.
Come spiegare i 1800 omicidi annuali di New York?
Cosa dire dei 600 morti, solo nell'89, in scontri fra gang giovanili a Washington?
Anche la minima rappresaglia contro una banda avversaria è risolta a raffiche di mitra e 38 special e i ragazzi, di per sé già piuttosto vivaci, descritti ne I guerrieri della notte sono stati sorpassati da truppe di baby-killer tanto disperati quanto spietati.
Organizzazioni malavitose organizzate su basi etniche gestiscono i traffici di quartiere imponendo estorsioni, spaccio da strada, controllando prostituzione e furti.
Bande di "cani sciolti",a centinaia, vivono di rapine a banche e uffici riproducendosi a ritmo continuo in un perenne stato di scontro armato con forze di polizia che li affronta in modo del tutto simile ai tempi dei bounty-killer.
Mafia "italiana" e Triadi cinesi sono simboli di onnipotenza e megabusiness. A loro disposizione un mercato di 40 milioni di consumatori di droghe varie a cui si offre tutto ciò che in materia di stupefacenti la natura e la chimica possono offrire.
Dal grande affare del proibizionismo degli alcolici in poi, l'ascesa economica e di potere di Mafia, e sempre più negli ultimi quindici anni, delle Triadi è inarrestabile. Così come in Italia, le episodiche "operazioni brillanti" contro questo o quel padrino rappresentano una sorta di turn-over interno alla criminalità organizzata più che a tasselli di una credibile strategia con qualche probabilità di futura vittoria. Ma sono proprio le gang giovanili a fornire l'immagine più inquietante. 
Intoccabili nel proprio territorio, modernamente armate, radicali nel riaffermare sempre e comunque la propria identità attraverso lo scontro militare, oggi sono qualcosa che va ben al di là del fenomeno criminale.
E' indubbio che vivano e si sviluppino grazie a comportamenti illegali (traffico e spaccio di droga, rapine, furti) ma la loro e diffusa e radicata presenza è spiegabile solo interpretandola come risposta collettiva e sociale delle ultime generazioni dei settori più emarginati del sistema USA.
Da banda a microsocietà. Le gang si cementano più su linguaggi, costumi, comportamenti e codici che sul gesto illegale.
La gang come famiglia, realizzazione sociale, vissuto di essere e di contare, di possedere/esprimere un'identità.
Nell'appiattimento metropolitano il quartiere è qualcosa da difendere per cui vale la pena morire; nella crisi dell'assistenza sociale, dell'educazione, di fronte all'emarginazione dai cicli produttivi e dalle prospettive di lavoro l'unirsi al gruppo, l'appartenere perché accettati alla gang è fonte di vita, possibilità di immaginarsi una speranza. Nessuna autorità, nessuna polizia americana sa come risolvere il problema. 
Anzi: sono molti coloro che razionalmente danno per scontata questa realtà e investono analisi e forze soprattutto e solo in sofisticate strategie di controllo e contenimento.
Gli esperti made in USA sanno bene, e ormai lo scrivono anche, che questi comportamenti sono prodotti tipici e ineliminabili del sistema occidentale tutto capitale e consumo. Sanno che l'esistenza metropolitana determina ed esaspera senza sosta contraddizioni, devianze ribelli, illegalità ed emarginazione.
La violenza delle gang come violenza attiva; una violenza passiva quella che subiscono i milioni di tossicodipendenti americani. Ma anche la violenza da cui nascono gli Homeless.
Sono i senza casa, drasticamente aumentati negli ultimi anni, l'era del reaganismo, dell'attacco al welfare state, del definitivo disprezzo per i valori di solidarietà e giustizia sociale.
Gli USA hanno scoperto che il sistema capitalistico, lungi dal perfezionarsi nel tempo, nella sua coerente evoluzione obbliga a definire una netta divisione fra i cittadini, fra i popoli. Oltre al sud del mondo ab/usato dal nord, in ogni nazione occidentale, in ogni metropoli, le classi dominanti, gli strati sociali più influenti per preservare ricchezze e potere hanno scelto di divaricare, estremizzare le differenze.
Prima per razze, poi incidendo sempre più in profondità dividendo e differenziando sulle quantità di popolazione e sulle qualità dei ruoli produttivi.
Sono stati ridotti gli investimenti a favore degli anziani, i soldi per l'assistenza a malati e portatori di handicap; è stata stretta la borsa per i sussidi di disoccupazione ed è cinicamente mutata la politica di sviluppo delle case popolari. Quasi inesistenti le somme da destinare al risanamento dei quartieri più disastrati e alle strutture di assistenza sociale.
Il tanto mitizzato sistema scolastico basato su college e università è ridotto a poche realtà ancora prestigiose mentre alla stragrande maggioranza dei giovani sono offerti corsi e istituti di basso livello o essenzialmente di tipo professionale.
Gli homeless, dicevamo.
Nel più moderno e potente paese del mondo sono più di 4 milioni le persone che ogni notte dormono senza un tetto sulla testa. Non bisogna credere che a New York ci siano 60.000 barboni, a Washington 25.000, a Chicago 40.000 nell'immagine che si può avere in Italia del clochard classico. Fra i milioni di homeless c'è gente che lavora, studenti, momentanei disoccupati, intere famiglie.
Tutte persone che non hanno scelto la vita all'aria aperta o che preferiscono dormire sotto le stelle come dichiarò Reagan. Chi ha subito uno sfratto come chi ha bisogno di una casa sempre più spesso non è in grado di pagare l'affitto in un mercato immobiliare incentrato sul più selvaggio e sfrenato gioco al rialzo. Un meccanismo normale delle regole capitaliste: più una merce è richiesta, più il prezzo sale. Molti altri homeless sono, ma più spesso diventano, "barboni".
Troppi per vivere di carità in una metropoli che impedisce di porre radici ed essere "adottati" da un quartiere e dal suo sistema economico, il barbone sviluppa attività al gradino più basso della dignità: strilloni di giornali, cercatori (tra i rifiuti) di lattine che valgono 5 cents l'una, lavatori di vetri di automobili ai semafori. Le autorità rispondono senza mezze misure: in alcune grandi città da qualche tempo la notte vengono chiuse le stazioni della metropolitana che rappresentavano l'unico e più naturale rifugio per gli homeless. 
In altre si è arrivati a recintare con il filo spinato le grate sui marciapiedi da cui usciva il tepore del riscaldamento delle stazioni. 
A fronte dei suoi 60.000 senza casa New York ha stanziato nell'ultimo anno 320 milioni di dollari che forniranno dormitori per un massimo di 25.000 persone. Dal canto suo il presidente Bush ha proposto di stanziare un miliardo di dollari per nuovi alloggi in tutti gli USA.
Gang, mafie, homeless, welfare cinicamente ridimensionato: qualcuno può dire con onestà che non siano violenze terribili, gestione di potere inumano?
Ma altre violenze sono regole nel sistema americano.
Sono centinaia e centinaia gli uomini che ancora oggi vivono rinchiusi nei bracci della morte in attesa di essere giustiziati. Solo pochi stati hanno abolito la pena capitale. Negli USA si ammazza per legge sulla sedia elettrica, con le iniezioni di veleno, con il gas.
Muoiono uomini considerati abominevoli criminali, così efferati che il più delle volte si ha la sensazione che siano più soggetti da clinica psichiatrica che da carcere.
Muoiono ragazzi giovanissimi colpevoli dell'unico delitto compiuto nella loro vita. Viene salvata Paula Cooper solo grazie ad un'insperata quanto episodica campagna di protesta internazionale. I condannati aspettano per anni la morte. Interminabili anni, anche più di dieci, aspettano l'esecuzione in un susseguirsi di processi, rinvii, domande di grazia.
Uno stato che dà la morte è forte o debole? Filosofi e giuristi di tutto il mondo, da Cesare Beccaria in avanti, hanno stabilito l'assoluta inutilità della pena capitale come deterrente dell'illegalità, del tutto inutile nel limitare e diminuire la quantità di reati e rei.
E' una verità che tutti conoscono, soprattutto coloro che operano nel campo della giustizia e della criminologia; lo sanno anche gli americani ma la pena di morte, la punta massima della violenza di una società, c'è ancora.
Come c'è il carcere, come in tutto il mondo. Ma gli USA hanno un qualcosa in più: sono i capiscuola per tutti i paesi occidentali o, comunque, a loro legati e il loro carcere è il più perfezionato che esista.
Non uno, ma tanti sistema-carcere. C'è l'istituto dove tutto è pulizia, rieducazione e dove il detenuto può mantenere rapporti stabili, persino per telefono, con famigliari e conoscenti.
Ci sono i campi dove disciplina e regole sono simili alla vita lavorativa più che a quella di detenzione. Ci sono le carceri penali dove, come ovunque, il detenuto è sottoposto a norme estremamente rigide, anche a violenze, ma in cui permane l'ottica per la quale chi è incarcerato lo è per in tempo determinato e a cui sono riconosciuti dei diritti. Poi ci sono le carceri di massima sicurezza.
Lì diritti non ce ne sono, lì la vita non vale più.
Sono luoghi senza speranza in cui essere puniti con l'isolamento può voler dire trascorrere mesi in una cella completamente buia, senza nessun oggetto, neppure il letto, in cui i bisogni corporali vengono sfogati in un buco al centro della cella. Perché tutto questo? Perché tante carceri così diverse? E ancora, da un estremo all'altro.
Il nuovo codice di procedura penale in vigore da un paio d'anni in Italia, copia molto da quello americano. Questo tipo di società, le condizioni di vita delle metropoli generano una quantità di reati e di rei impossibile da incarcerare tutta. La realtà del nuovo codice è tutta qui, negli USA si sono attrezzati da anni. 
Sono molti, allora, condannati a cui si concedono gli arresti domiciliari o la possibilità di lavorare rientrando a casa a orario fisso. Costa meno allo stato, non c'è bisogno di continuare a costruire nuove carceri.
Oggi sono 10 mila i detenuti "non-detenuti" negli USA. A tutti è stata fissata alla caviglia una macchinetta che segnala in ogni momento dove sono e, soprattutto, se non si trovano nei posti a loro consentiti (casa, lavoro) o sgarrano sugli orari. 
Il carcere a domicilio, insomma, alla faccia del reinserimento sociale, con grande felicità di poliziotti e giudici che hanno sempre a disposizione migliaia di cittadini ricattabili, possibili fonti di informazione.
Insomma, le pagine nere americane non si fermano ai massacri di Apaches e Sioux, né si esauriscono con il Vietnam, Panama o il golpe in Cile.
Qualcuno forse dirà che gli USA sono anche molte altre cose, magari belle. Ma di quelle descritte in queste pagine nessuno ne parla mai.

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