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Futura

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1990 - L'arrivo del 2000

Tanto vale accettare l'ottimismo dell'evidenza. Di fronte alla manifestazione di un carattere, all'esplosione della generosità o alla diffidenza, piega profonda, spesso inesplorabile, immagino che quanto appare, corrisponda alla sostanza delle persone. Sono ciò che sembrano. I trucchi non servono. Prima o poi i trucchi spariscono, e la prima impressione resta quella giusta. La prima impressione che ha accompagnato il mio rapporto durante un viaggio un po' avventuroso (in tenda, ai margini della foresta, sulla riva di un fiume - rio Coco - tra Honduras e Nicaragua), mi ha legato ad amici arrivati da ogni parte del mondo per guardare e raccontare col mio stesso obbligo di sincerità. Sono compagni giovani. Nel duemila avranno quarant'anni, forse meno. Scriveranno per lettori della loro età, per lettori più piccoli o per pensionati costretti a seguire il mondo sulla poltrona della TV, un libro e i giornali accanto. Per restare a galla un reporter decente deve sintetizzare la curiosità e il carattere del pubblico a cui si rivolge. Altrimenti il suo racconto resta sulla luna e nessuno supera le prime righe. Come saranno i giapponesi nel duemila? Shinji Hirai lavora per il rotocalco più diffuso. Esce dalla sua tenda ogni mattina con la sobrietà di chi può affrontare qualsiasi avvenimento: incontrare un Capo di Stato, alzare le mani davanti alla mitraglietta di un contras, mangiare riso e fagioli in un villaggio Miskito. La sua casacca grigia sembra stirata al Grand Hotel. Sui jeans non c'è ombra di fango. Quando le scarpe sono appannate, si piega sul fiume e le lucida con pazienza, usando certe salviette trasparenti che escono da una borsa piccola come la mia alla quale, qualche trucco, o una programmazione ben calcolata, consente di offrire sempre le cose indispensabili. Escono macchine fotografiche grandi come un pugno ma capaci di cogliere un viso nella notte. Una radio trasmittente che fa miracoli: ieri abbiamo parlato con Tegucigalpa, seicento chilometri più in là. Escono tre pipe, due scatole di tabacco e le sigarette americane ormai finite da noi sciuponi. Shinji non offre mai niente, ma se chiedi "per favore", oppure "mi lasci provare la radio", sorride come un robot. "Ah, sì: ecco..." Quando un insetto fa gonfiare la pelle, nessuno ha dubbi: Shinji deve avere il rimedio che serve: "Ah, sì...", risponde Shinji, e allunga la mano dopo aver pescato qualcosa dalla borsa. Attraversiamo paesini dove la gente muore di fame. Il capo villaggio (scalzo, un paio di braghe militari qua e là strappate, torace nudo) fa sapere quanti bambini sono morti l'ultimo mese. Shinji scuote la testa sconvolto, non dal dramma, ma dall'imprecisione delle informazioni. "Per favore, signore, vorrei sapere quanti sono morti di verminosi, quanti di malattie intestinali, quanti di tubercolosi..." Guarda i calzoni con una tentazione repressa: gli piacerebbe, ma forse non è il caso, sentire la storia di tutti quei buchi. Insomma: i giapponesi nel duemila non cambiano. Forse anche gli americani resteranno più o meno gli stessi. Sidni Lamb ha il naso all'insù come Jane Fonda. Fa la giornalista per una rivista delle Nazioni Unite. Viene da un lungo volontariato in Algeria, nel Ciad, in Honduras. Ha lavorato per la lega che difende i diritti dei popoli dai tavoli di Washington. Scatta le fotografie, con la bocca amara: "È una vergogna..." Non rappresenta le folle che hanno seguito i dollari versati da Reagan nelle guerre e negli intrighi, ma testimonia l'altra America, quella dei film di Humphrey Bogart (in lotta contro i politicanti corrotti) o Montgomery Clift (in lotta contro generali sanguinari), questa America non è mai morta. Si è barricata per difendersi dalle follie della grandeur a spese degli altri, e adesso rispunta. Ci saranno ancora due Americhe quando comincia il duemila. Emily Casella, canadese (nonni napoletani) scuote i riccioli biondi e chiude, soffrendo, gli occhi azzurri, quando scopre che non c'è scuola per nessuno. È appena uscita dall'università, e nei bilanci della sera sembra terrorizzata da un problema: "Come faremo a parlare con loro se non sanno parlare?" Il sangue che si mescola negli inverni polari crea una generazione di nuovo benessere ma che nella storia ritrova la solidarietà forse mancata a chi ha attraversato il mare in cerca di fortuna. I canadesi stanno cambiando. Andrei Tchkeponov sembra un tenentino di Tolstoi. Lavora per l'Isveztia. Si arrabbia quando i sandinisti gli proibiscono di fotografare il mare di Puerto Cabeza. "Qualche consigliere cubano deve avervi guastato la testa. Avete paura che scopra un sottomarino russo?" Si arrabbia quando il sindaco di un paese risponde alle nostre domande scuotendo le medaglie sulla divisa: "Da chi avranno preso la mania di vestirsi da militare..." Insomma nel duemila i russi saranno diversi (o il mio povero amico Andrei resterà disoccupato). E gli italiani? La strada del non cambiamento sembra lunga. Arriviamo a Bluefield, arata da un tifone, e c'è grande emozione. Ventitre bambini stanno male: il latte in polvere regalato da un ente del nostro parastato sembra polvere grigia, da anni declassata a mangime per animali. Chi l'ha comprata deve aver tirato fuori dei soldi giusti. Non sapeva dell'imbroglio. Chi l'ha spedita, risponde con le lacrime agli occhi: "Io amo i bambini." Tutti gli italiani amano i bambini, basta leggere i giornali. Chi l'ha venduta è in viaggio per consegnare altri "pacchi umanitari." Chissà quando torna.

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