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oggi voglio

Il futuro nel pallone

di Walter Zenga su Smemoranda 1990 - L'arrivo del 2000

Domenica 28 ottobre 2005. Odio le partite commemorative, mi fanno venire tristezza. Perché nella testa della gente c'è l'immagine del calciatore com'era una volta. Ed ora eccoci qua allo Stadio Olimpico di Roma. Ci siamo tutti, quelli della vecchia guardia e questa volta non ho potuto dire di no. Mi guardo negli occhi con Serena, l'uomo che davvero saltava alto come un grattacielo. Ha la pancia, tre figli, fa l'addetto stampa di un manager musicale. C'è ironia nel suo sguardo che, come una volta, è rimasto bambino. Indosso la maglia azzurra di fianco a Giannini. Lo chiamavano il Principe, toccava la palla di fino. Oggi è secco come una volta ma in compenso è pelato come un'anguria. Bergami parla con Ferri dei suoi ragazzi. Lo diceva fin dai primi anni di carriera "da vecchio seguirò il settore giovanile". All'Inter dove ha speso una vita, come me, è molto stimato. In Italia "lo zio" è considerato il miglior allenatore di ; settore giovanile. Che effetto ricordare quei tempi! E che malinconia! Pensare che oggi avevo una puntata speciale di Domenica in. Ospiti in studio davvero straordinari, politici, attori, cantanti e Pippo Baudo, un vecchio presentatore che a 70 anni ha ancora un'energia e una carica invidiabili. Sì, oggi faccio televisione da "professionista". Mi hanno offerto persine di presentare la 56° edizione di Sanremo nel 2006. Vedrò il da farsi. Il calcio è un contenitore di ricordi che la mia mente non può cancellare. È stata la mia vita. Mi ha insegnato la disciplina; a soffrire e a provare cos'è la gioia. Ma soprattutto la lealtà. Mio figlio Jacopo gioca mediano di spinta nella Juventus. E' bravo, forse quest'anno va in Nazionale. Ma vederlo con la maglia bianconera mi fa stringere il cuore. Mi avvio a salire gli scalini dell'Olimpico. La folla si produce in un boato, che emozione! Dopo il saluto a metà campo raggiungo la porta della curva Sud, quella dei tifosi romanisti. La gente si alza in piedi in segno di rispetto. Mi accompagna a prendere posto fra i pali con un applauso fragoroso. Sono commosso e mi vengono in mente le parole che una volta un amico mi scrisse su un biglietto d'auguri: L'uomo della strada deve sempre qualcosa a un campione. Non so se sono stato davvero un campione. Lo hanno detto e scritto gli altri, quelli che se ne intendono. Dicono che ho avuto tanti allievi nel mio ruolo difficile e delicato. Non so se ciò sia vero. Avevo tanto da insegnare fuori campo. E da imparare dagli altri. L'arbitro fischia l'inizio. Si gioca. Il sogno diventa realtà. La palla schizza velocissima da metà campo al limite della mia area. "Lo zio" buca un contrasto, l'attaccante avversario spara un destro maledetto nel sette. Volo e cado rovinosamente. Ma il pallone è fra le mie mani. La folla applaude e scandisce il mio nome: Wal-ter! Wal-ter!. Mi emoziono. Piango. La scuola del calcio è quella della vita. Dei suoi sentimenti, dei suoi protagonisti, uomini del duemila ma non marziani.

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