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Si pela i romanzi

di Ersilia Zamponi su Smemoranda 1989 - Il gioco

L'anagramma è il re dei giochi di parole: è un Proteo, un Barbapapà. Come il famoso dio marino descritto da Omero e da Virgilio - e più familiarmente come l'altrettanto ben noto personaggio della nostra infanzia (o dell'infanzia dei nostri figli) - la parola che si anagramma cambia continuamente forma, per necessità di gioco, senza mutare la sostanza delle sue lettere. Nel gran regno dell'anagramma succedono cose strane: una "regina" si trasforma in "argine" e subito dopo in "gerani"; il "gelato" che stiamo leccando si muta (ahinoi) in "tegola"; il "teorema" di Pitagora passa come "meteora" nel terso cielo della matematica (e se il cielo è "terso", credetemi, lo studente avrà buona "sorte") La regola dell'anagramma è una sola ma ferrea: utilizzare tutte le lettere di una parola o frase per formare parole o frasi diverse. Non è così difficile come sembra, basta usare un poco d'astuzia: per esempio, giova aiutarsi con le lettere mobili (costruite col cartoncino o sottratte allo Scarabeo), scindere le consonanti dalle vocali, osservare in che rapporto stanno fra loro, e se c'è una lettera "difficile" (la Q, la Z ecc.) cominciare da quella per formare le parole. Provate ad anagrammare il vostro nome e cognome; potete ricavarne una frase (per esempio da "Ersilia Zamponi" salta fuori "si pela i romanzi") oppure uno pseudonimo. Lo scrittore Renato Fucini (1843-1921) anagramma il proprio nome e cognome in "Neri Tanfucio"; un mio allievo - inoffensivo tredicenne, all'anagrafe Gianluca Grandi - meno modestamente amò celarsi nel feroce pseudonimo di "Gianni Draculag". Con gli pseudonimi entriamo nel regno fantastico, là dove vivono le parole inesistenti. Anagrammando "erbe" si trova "bere" ma anche "rebe", parola che nella lingua italiana non c'è (ma forse nascerà tra cent'anni: come si fa a saperlo? per ora esiste come possibilità). Se la regola del gioco lo permette, si può quindi, anagrammando una parola, trovarne un'altra che non esiste. Che cos'è un "milaccino"? Facile. È un "ciclamino" non ancora spuntato. Così pure il "tossimio": è un "miosotis" così timido che non ha osato nascere. Prima di finire, vi propongo un gioco. Qui sotto troverete una favola di Esopo, in cui i nomi, i verbi e gli aggettivi qualificativi sono stati anagrammati: talvolta si sono Formate parole "vere" talaltra parole fantastiche. Cominciate a individuare questi anagrammi, sottolineateli con la matita, quindi scoprite le parole che vi si celano. Riuscirete così a ricostruire la favola autentica, che - tra l'altro - a mio avviso ha una morale molto giusta. Buon divertimento! Il vocalla e l'ansio Un elta veava un ansio e un vocalla. Un gorino che stonava vagagindio per la dastra, l'ansio si riselvò al vocalla: "Pindre un po' del mio cracio, se non uovi diverme tormo". Ma l'altro non vello spenare. E l'ansio mazzastrò e rimò, sifinto dagli snetti. Allora il pendaro sposa sul sordo del vocalla tutto il cracio e in più la leple dell'ansio; e il vocalla ingapendo clamesava: "Ahimè stragadizio! che cosa m'è mai scusceso, oprove cifeline! Per vera furiottai un pochino di quel sepo, eccomi strecotto a troparlo tutto, e in più anche la leple". La folava stramò che nella tiva dingra e pilicco vedono fra acusa mucone, se golìvono lavrassi gli uni gli altri.  

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