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Un sogno lungo un gioco

di Fabio Santini su Smemoranda 1989 - Il gioco

Arrivai a casa all'alba. Le prime auto sfrecciavano lungo corso Garibaldi. Pioveva e i colori erano tersi. Ero ubriaco e stravolto. Entrai in casa cercando di stare in piedi. Le stanze mi giravano intomo, feci fatica a trovare l'interruttore della luce di camera. Lo trovai. La luce mi apparve più vivida del solito. Tratteggiò un'ombra in un angolo. Era una donna. Ne delineava le forme, la gonna lunga che lasciava intravvedere gli stivali ancora umidi. Mi guardò sorridendo. Ma non ci parlammo. Ero troppo ubriaco per ragionare. Chi era quella donna? Una ladra, una puttana, un'amica. Be' se era lì qualche motivo ci doveva pur essere. Mi sedetti sul letto, cercando di rimuovere quell'immagine. Mi girai e quella donna era ancora lì. Anzi mi venne incontro e si mise seduta accanto a me. "Stasera ho vinto più di due milioni" le dissi, cercando di convincermi che stavo sognando. "Chemin de fer, poker, scala 40, dadi, fa lo stesso. L'importante è vincere, perché giocare è il mio mestiere". Non ho mai avuto una lira. "Come ogni grande giocatore", aggiungeva un amico per consolarmi. Eppure diceva una gran verità. Andai verso il giradischi. Presi a casaccio un LP da una fila di una cinquantina di dischi. Lo misi sul piatto. La puntina si abbassò e le casse diffusero "You Can't Always Get What You Want" dei Rolling Stones. Mi feci forza. Andai in cesso. La porta scricchiolò sinistra, lo sciacquone del water perdeva. Misi la testa sotto il getto d'acqua fredda. Rinvenni mentre i Rolling Stones cantavano e il sigaro fradicio d'acqua colava sulla giacca di velluto scura Tomai nella stanza. La donna era ancora lì. Chi poteva essere? Cominciai a baciarla, a toccarla, a spogliarla. Facemmo l'amore. Male. Ero troppo ubriaco. Lei non sopportava l'acre odore del mio fiato impregnato di fumo di sigaro e di whisky. Mi addormentai. Sognai di una donna che una sera accettò di giocare con me. E disse "Guarda non ho una lira. Se vinci, mi porti a letto, O.K.?" Quella donna, quel pub fumoso e puzzolente: sembrava una scena di "C'era una volta in America", e io, immerso in quell'immaginario, un personaggio perdente di una lirica di Tom Waits. Venne il giorno dopo. La donna non c'era più. Vidi i miei figli. Li portai a San Siro a vedere il Milan. Mia moglie se n'era andata tre anni prima. Non sopportava un marito che si giocava la vita a carte. La sera i due ragazzi tornarono a casa dalla madre. Li amavo ma non seppi mai educarli. Li vidi allontanarsi per prendere il tram e mi si spezzava il cuore. Chissà quando li avrei rivisti? Arrivò la notte con il suo mistero. Andai al pub. Chiusero le saracinesche. Si prepararono i tavoli. Spuntarono i panni verdi e roulette, carte e dadi. Arrivarono uomini dal fare cupo e donne eleganti, in cerca d'avventura. Tutti pronti a giocarsi il destino a carte. Le fiches scivolavano alimentando o infrangendo sogni. Andai al tavolo, era il mio turno. Continuai a giocare la mia vita a carte. Senza sapere il perché.

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