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Travestimento

di Leopoldo Mastelloni su Smemoranda 1989 - Il gioco

II Travestimento è un gioco, è vero, ma è il gioco più pericoloso che si possa giocare, perché la sua semplicità rituale, che richiede una partecipazione emotiva, può diventare un gioco pericoloso, il più pericoloso che possa esistere, perché rischia, proprio attraverso la ritualità essenziale coinvolgente, di divenire schizofrenia e poi pazzia. "Guarda quel pazzo come si veste strano!" I bambini usano come gioco spontaneo quello del travestimento fisico usando un pezzo di stoffa qualsiasi per poter abbandonare momentaneamente il proprio io infantile ed assumerne visibilmente uno più "da grande", come in un rituale da cerimonia che precede fantasticamente quello effettivo che avviene dopo la pubertà, epoca in cui si assumono le caratteristiche fisiche dell'adulto. Infatti, una volta "grandi", cominciamo a vestirci con elementi diversi da quelli infantili, che poi diventeranno il vero e proprio "travestimento adulto" per affrontare una vita che, quotidianamente, ci chiede di assumere un aspetto, non solo esteriore e sempre meno personale, per entrare nel collettivo della nostra società. La sopportabilità di questo travestimento, necessario per noi "da grandi" ci viene dalla preparazione iniziata nella più tenera età attraverso il gioco rituale del travestirsi. Quindi l'uniformarsi ad una linea di vita sociale collettiva, che prevede quasi sempre una espressivizzazione molto limitata del proprio io, normalmente diverso in ognuno di noi, prevede un travestimento sociale che non deve essere molto dissimile da ogni altro componente della collettività per rassicurarne il corporativismo difensivo. Se il gioco travestente da adulti non lo si accetta avviene l'emarginazione dal gruppo, che poi può portare all'isolamento dal collettivo, che poi può scaturire nella follia schizofrenica. L'iterato gioco infantile del travestimento ci evita lo choc improwiso, quando "da adulti" dobbiamo travestirci "da grandi" e ci lascia anche la possibilità schizofrenica di scindere l'io sociale dall'io naturale, per arricchirci con l'io fantastico senza subire, come dicevo prima, choc dannosi. L'attore usa il travestimento, sempre, per comunicare con evidenza, anche visiva, e quindi più evidentemente ricettiva, la diversità dei propri "messaggi" al pubblico. Tanto più è sottile il messaggio da comunicare, tanto più è evidente il travestimento che usa. L'attore, quello vero e non il replicante, come si sa, ha in sé una schizofrenia evidente ed una pazzia latente. La schizofrenia dobbiamo intenderla come facilità di scollamento della propria personalità per incollarsene un'altra ed un'altra ancora, per rendere credibili e vivi i personaggi che deve interpretare, senza lasciarsi vincere per sempre da loro. La pazzia invece è proprio, come in Enrico IV di Pirandello, quando il personaggio vince ed avvince l'attore per sempre. Aiuta gli attori, in questa vittoria sulla follia, per il suo rituale estraniante dietro le quinte, il travestirsi anche solo mentale. Il pazzo, il folle di Hoffmansthal è un attore senza quinte nel teatro della vita, è uno che non è riuscito ad avere un pubblico, a cui poter inviare i suoi messaggi e si crea dei fantasmi - destinatari che rimandano "i messaggi" al mittente provocandogli la follia. Il gioco supremo del travestimento dell'attore è inizio di una schizofrenia che diventa Arte; la fine del travestimento alla fine della rappresentazione recitativa è il "libero arbitrio" di una sicurezza di non pazzia, data dal fatto che si può riprendere il travestimento quando si sente la necessità di dovere comunicare agli altri "messaggi" che "inviati" senza cerimonia e senza rituale teatrale verrebbero recepiti come pazzia. Infatti i pazzi, nella evidenza della loro pazzia, quando vogliono comunicare con "i normali" si pongono all'attenzione di questi proprio travestendosi. "Guarda quello come si è vestito, sembra un pazzo!" Se non mi sono spiegato bene o voi non avete capito quello che ho detto, questo discorso può essere la prova lampante che sono un attore schizofrenico già entrato nell'Olimpo della pazzia, attraverso il totale cammino nel travestimento come gioco supremo non sempre giocoso.  

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