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Gullit, Platini, D'Antoni, Boniek: a che gioco giocate?

di Licia Granello su Smemoranda 1989 - Il gioco

Strana razza, i giocatori. Quelli di professione, intendo. Bravi loro, sono riusciti a trasformare il gioco in una cosa seria. Così seria da costruirci una carriera sopra, con tanto di fama, gloria, ricchezza, a volte perfino l'ingresso trionfale nella storia (del gioco). Ma a certi livelli, il gioco è ancora gioco? E fuori dal gioco serio, esistono i giochi-giochi, quelli praticati come fanno tutti gli altri comuni mortali, cioè per divertimento? Insomma, i giocatori, a che giochi giocano? Mike D'Antoni, il playmaker della Tracer, per esempio, gioca praticamente a tutti i giochi. Purché d'azzardo. È capace di tener botta fino alle tre di notte prima di una finale di coppa (regolarmente successo a Losanna, vigilia di Tracer-Maccabi) per stroncare l'avversario di turno a carte. Inutile dire che il giorno dopo la Tracer è diventata campione d'Europa. E dopo le partite? Una puntata alla roulette, dove il ragazzo ha una fortuna sfacciata. "Mi piace andare al Casinò, perché è la casa dei giochi per eccellenza. E giocare mi piace, mi diverte, mi rilassa". Soprattutto perché vince quasi sempre... Altro gioco (dal basket al calcio) stesse carte, stesso accanimento. Platini gioca a scopa con la perfida genialità dei suoi calci di punizione. Smorfie, pernacchie, battute velenosissime per la vittima del momento. Un po' poco per un ex re? Non proprio, quando tutta la vita (non solo lo scopone) è un gioco. "Gioco a fare il telecronista. E siccome sono un po' ingrassato da quando ho smesso quell'altro gioco (il calcio, appunto) quando posso scio e faccio qualche partita di tennis. Ingrassare mi spiace, ma mi spiace ancora di più giocare così così a tennis. Ho dei bei margini di miglioramento, ma non sarò mai bravo come vorrei". Il gioco in senso lato. Cioè le scommesse (ma sui cavalli, attenzione). Zibì Boniek nel suo altalenante dopo-Juventus ha trovato all'ippodromo delle Capannelle una bell'alternativa a certe domeniche romane non proprio felicissime... Fra chi gioca per noia (certe interminabili partite a briscola durante i ritiri estivi) e chi gioca per non morire (i calciatori che vanno all'estero perché finire di giocare è molto più difficile che cominciare), c'è perfino chi gioca per il puro gusto di divertirsi. Ruud Gullit, per esempio. "A cosa gioco? A tutto, basta che possa farlo direttamente, possa metterci la mia fantasia e il mio piacere. Per questo adoro giocare al calcio e quasi sempre mi annoio a vederlo in televisione, soprattutto se la partita non è di quelle che intendo io, combattute, aperte, piene di energia. Mi annoio anche a correre. Lo so, può essere un gioco, ma io non lo sopporto, perché non crei niente correndo, fai solo una gran fatica e basta, che gusto c'è? E invece quando sei su un campo di calcio, non c'è stress, non c'è ambiente difficile, c'è solo la tua voglia di giocare, la tua capacità di essere in armonia con i compagni, di capire un attimo prima che cosa farà il tuo avversario. Il calcio è anche un gioco ai psicologia, giusto? Giocare con le mie bambine, con il mio cane. Giocare a poker, con gli amici, in una notte di festa. Illudere gli avversari che sono loro ad avere in mano la partita e poi, zac, prenderli sulla fatica, batterli e alla fine ridere con loro. Lo so che esiste un tempo per essere seri e un tempo per ridere. Ma so essere serissimo quando gioco e sorridere quando la realtà lo permette".

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