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Giocare con la vita, scherzare con la morte

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1989 - Il gioco

II travestimento fa parte della voglia di essere diversi dalle cravatte che girano per strada, ogni giorno in ufficio, ogni giorno a scuola: ci si veste per l'avventura. Succedeva anni fa quando i primi testimoni TV si erano convinti di essere qualcosa di più del reporter che, all'ora della cena, racconta a chi guarda in pantofole, le violenze del mondo. Sahariane come per la Pechino-Parigi. Cinturoni e braghe larghe che si chiudono nel tubo degli stivali. Un modo per comunicare allo spettatore che il pericolo non è solo degli altri: "anche il vostro giornalista fa parte del gioco". Moda ormai finita. Dalla valigia, quando si torna, escono le cose da niente dei paesi dell'altro mondo. Adesso sono facce stampate sul cotone bianco delle maglie d'estate. Oppure graffiti: ripropongono gli slogan che le rivoluzioni scrivono sui muri. Noiosi, quando le rivoluzioni hanno vinto, disperati quando continuano a sognare sulle montagne. Nelle piccole guerre - piccole per noi - che macinano i paesi del tropico, la mistica di chi spera si mescola al distacco di chi guarda. In pochi anni 23 giornalisti sono morti in Salvador. L'ultimo si chiamava John Hoagland, un ragazzo che poteva giocare a rugby, invece faceva fotografie. Era partito con una pattuglia dell'esercito, ma i soldati non lo amavano: "Newsweek", il suo giornale, usciva con le sue foto in copertina. Non erano complimenti per i militari che obbedivano ai colonnelli degli squadroni della morte. Un fotografo bravo risveglia l'indignazione con la rapidità sconosciuta al giornalista che scrive. La mano di una bambina stringe un quaderno. La mano è nella polvere. Il quaderno è nella polvere. Più in là, ancora nella polvere spuntano le scarpe del militare che ha sparato. C'è bisogno di parole? Gli alberghi di questi posti sono scatole piene di gente che scrive, che fotografa, che accende le luci della TV. Ci si ritrova alla sera, le ossa rotte dai salti delle strade, pieni di sonno. Ma prima del sonno vengono i racconti. John parlava poco. La prima volta l'ho incontrato al Camino Real dove, una notte anni dopo, lo hanno portato su una macchina militare: morto. Le bugie delle spiegazioni: "Un incidente". Il teatro della commozione: "Anche per noi è una tragedia..." Parlano, ma non guardano negli occhi. Hoagland aveva lasciato sfilare la pattuglia per riprenderla di spalle, le spalle curve sotto i fucili pesanti nel salire la collina. Sulla collina due sentinelle proteggono la marcia. Vedono luccicare l'obiettivo: da lontano - è l'alibi - la macchina fotografica è solo "qualcosa" che brilla in mano ad un tipo in blue jeans. Così prendono la mira. L'ufficiale ci chiede di riconoscere il corpo e mettiamo la firma sotto la sua strana verità. Non alza mai la faccia. La voce resta un sussurro. Se ne va col suo profumo troppo dolce per un uomo in divisa. La malinconia dei discorsi che abbiamo fatto dopo, si risveglia ancora nella memoria. I racconti giravano attorno a Hoagland, naturalmente. Com'era bravo, com'era allegro, com'era taciturno. Una sola volta ha un po' imbrogliato. È stato quando l'ho conosciuto. Si apre l'ascensore dell'albergo ed esce un gigante dentro una maglia stampata a Beirut due anni prima: "I survived operation peace for Galilee. Beirut 82 (inside)". Chi è stato a Beirut Ovest nei giorni dell'assedio israeliano conserva la maglia come devono aver fatto i garibaldini per i bossoli delle loro battaglie. E il ricordo di 73 giorni senza acqua, senza luce, il cibo va e viene su piatti quasi vuoti nell'albergo - un altro albergo - dove sospirano centinaia di reporter. Un albergo rispettato dall'artiglieria e dagli aerei perché i contendenti hanno bisogno di testimoni. Quando la resistenza degli assediati declina e lo sfinimento contagia la città immersa nelle immondizie che bruciano mescolate a napalm, si può scappare dall'altra parte, nella Beirut illuminata come palcoscenico, sulle alture da dove sparano. Ce ne andiamo portandoci dietro il risentimento delle notti piene di lampi e di paura. Il risentimento è questa maglia. Le Beirut erano due: la "nostra", la Beirut che sta male. E poi l'altra. Beirut dentro, Beirut fuori. La maglia, come un'epigrafe, lo precisa: "lo ero dentro". Comincia il reducismo, un'emozione ridicola che travolge perfino Hoagland abituato a tante storie simili a questa. Quando l'ascensore si apre e vedo la maglia, lo guardo in faccia. Eravamo tutti sepolti nella stessa hall; ci conoscevamo tutti, eppure Hoagland non lo conoscevo. "Ma non eri a Beirut Ovest..." John arrossisce. "È vero: non ce l'ho fatta a entrare. Il fronte si era chiuso. La maglia me l'hanno regalata..." Scoppia a ridere. E comincia l'amicizia. 

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