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oggi voglio

un dio cieco

di Michele Serra su Smemoranda 1989 - Il gioco

Non mi piacciono i giochi intelligenti, mi piacciono i giochi stupidi. IL gioco intelligente è quello che, contrapponendo il giocatore ad altri giocatori, mette a confronto le rispettive capacità: relativizzandole. Il proprio merito, insomma, è misurabile solo in funzione dei demeriti altrui. Come nel poker, nel bridge, e in tuttissimi gli sport agonistici. Si dice, infatti, che "vince il migliore". È "il migliore" non può che far discendere il primato dalla sconfitta altrui: non una vittoria assoluta, dunque, ma una vittoria relativa. Il gioco stupido, invece, ha per unico avversario il Fato (o la Fortuna, il Destino, il Caso, rate voi). Non esiste, nel duello all'ultimo sangue con il Fato, una graduatoria dei meriti: perché l'intelligenza e l'abilità non servono. Il Fato è stupido, arbitrario, insensato. Può uscire rosso venti volte di seguito (ed eccoci alla roulette, gioco stupido per eccellenza, mio prediletto tra i giochi), anche mille volte di seguito. Anche, teoricamente, per l'eternità. Se hai scelto, ciecamente, di giocare rosso, hai vinto. Se preferisci il nero, hai perso. Per puro Caso, appunto. Il gioco contro il Fato, proprio perché esclude ogni terreno di cimento che sia estraneo alla stupidità dell'avversario, toglie ogni illusione di sensatezza al divenire della gara. Milioni di giocatori di roulette, da sempre, si affannano ad escogitare sistemi, chiavi di interpretazione, scaramanzie cibernetiche che permettano all'uomo di presumere che il gioco sia giocabile sul suo stesso terreno, quello del raziocinio, del senso. Questi sistemi franano regolarmente, magari dopo qualche ingannevole ed effimero risultato, perché la roulette parla un'altra lingua, incomprensibile, indecifrabile. Il vero giocatore di roulette si accorge dopo poche partite che il solo significato possibile della sua permanenza al tavolo verde è un illogico coraggio: sfidare ciò che non si capisce. Vincere è possibile, succede, anzi, più frequentemente di quanto credano gli odiatori dei casinò. Ma vince solo chi, accantonata la presunzione di poter trascinare la pallina lungo i propri itinerari pseudoscientifici, si lascia trascinare da essa. Abbandona i sistemi e le tattiche, rovinose maschere, e si abbandona a quello che i filosofi non hanno mai chiamato, come noi, Culo. La bellezza straordinaria del gioco d'azzardo sta proprio nell'annullamento dei meriti individuali e sociali del giocatore. Un babbeo ignorante e sventato ha le stesse possibilità di vincere e di perdere di un professore universitario: che il Fato-Culo può permettersi di trattare da babbeo con una semplice serie di casuali rimbalzi della pallina, gratificando per le stesse infime ragioni il giocatore improvvisato e incolto. Ha ragione chi sostiene che il gioco d'azzardo è pericoloso. E, infatti, un livellatore spietato delle capacità umane, un dio cieco che premia senza alcuna etica e costrutto. Grande fregatore di risparmi onesti e sudati, perfido moltiplicatore di denari illeciti, a volte castigatore di pensionati e benefattore di chi è già ricco oltre il lecito. Negli altri giochi, quelli contro gli uomini, ci si rassicura, ci si conferma nelle proprie certezze, magari giustificate, di essere più capaci degli altri, o di poterlo diventare. Davanti al Fato-Culo, siamo tutti uguali.

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