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Il coso elettronico

di Renato Palazzi su Smemoranda 1989 - Il gioco

Una volta avevo anch'io una vita normale. Ora mi riesce difficile ricordare quell'epoca, ma so che c'è stata, e neppure troppo tempo fa. Giornate serene dedicate al lavoro, serate piacevoli con gli amici, quattro chiacchiere e un paio di bicchieri, un tranquillo senso di appartenenza all'umanità. Allora - per quanto possa sembrare strano dirlo - non mi accorgevo neppure che "lui", il coso, esistesse: vedevo ogni tanto qualcuno che gli armeggiava intorno con l'aria di una certa partecipazione, ma non me ne sentivo per nulla incuriosito, anzi per essere sincero ero piuttosto sospettoso. Sia ben chiaro, in linea di principio non ho nulla contro questi aggeggi tecnologici, voglio dire che non li ho mai ritenuti responsabili del decadimento della specie o qualcosa del genere, non sono apocalittico per natura, semplicemente sono figlio di un'altra era, quella dei flipper vecchio stile, col movimento d'anca per evitare di perder la pallina, e non ho mai sentito la poesia dei circuiti integrati. Poi, una sera, quasi per caso, forse per noia o per tedio della conversazione o per oscuro istinto, ho voluto provare una volta anch'io. E da quel momento tutto è cambiato. Il coso, per essere più precisi, è il videogioco elettronico dello Zelig, favolosa mistura di un flipper simulato con altre innumerevoli combinazioni di gioco, terreno di scontro per virtuosi di passaggio o aspiranti tali. Tecnicamente ha anche un nome, è il modello "Pinbo" della Strike, fabbricato in Usa nell'85, ma questo aggiunge poco: per me, quando lo penso da lontano nel corso di lunghe, interminabili giornate, è ormai diventato "lui" e basta. All'inizio è stato un idillio, un'autentica scoperta esistenziale: perché "lui" non è soltanto bello, di una bellezza che non esito a definire sublime, da anche una benefica sferzata alle energie psichiche, favorisce la concentrazione, consente di espellere in pochi attimi le tensioni della giornata. E poi lo si gioca da soli, senza la complicazione di intricati rapporti umani. Ottenere o meno un buon risultato non dipende dall'errore altrui, non implica l'intervento della fortuna: i videogiochi elettronici sono congegni perfetti, sono macchine costruite per punirti quando sbagli. La relazione con loro è pura, geometrica, non inficiata da valutazioni sentimentali, come quando a Risiko rinunci a conquistare la Jacuzia per non attaccare la donna che ami. Il videogioco elettronico è una metafora dell'impossibile perfezione dell'universo, è un'epifania della segreta armonia delle sfere, forse è un surrogato della divinità: alieno e terribile, giusto di una sua imperscrutabile giustizia inaccessibile alla nostra povera mente umana. Quando la pallina ti arriva giù dritta senza possibilità di recuperarla, quando la partita ti si interrompe all'improvviso proprio a un passo dal record non c'è al mondo principio filosofia) che possa giustificare tutto questo, devi accettarlo per fede e nient'altro. È per queste qualità altamente mistiche e spirituali - dalle quali un bel giorno sono stato richiamato come Paolo sulla via di Damasco - che tiro avanti nonostante tutto, anche se la gente mi sta piano piano emarginando, e persine gli amici più intimi si offendono e mi dicono vaffan..., con te a Zelig non ci veniamo più. Piccinerie, meschinità di farisèi, ottusità di chi non è stato toccato dal dono della grazia. Il videogioco elettronico è un rito che ha bisogno di officianti, e io sono stato scelto. Tanto mi basta. Ultimamente, però, mi sono accorto che sta dandomi assuefazione. L'ho capito da piccoli segni, un tremito delle mani, il pensiero che ritorna ossessivamente a quell'unico oggetto. Quando sono seduto al tavolo con una ragazza, l'occhio mi corre senza sosta allo schermo illuminato. A volte mi capita di accompagnarla a casa velocemente, e di tornare indietro nella notte per farmi la mia partita in santa pace. Qualche tempo fa sono tornato apposta da Vienna, con l'ultimo volo della sera, e dall'aeroporto mi son fatto portare in taxi direttamente allo Zelig. In questi giorni sono consapevole che la cosa va peggiorando. Una sera mi hanno sorpreso mentre intavolavo col gioco una discussione sul senso della vita, e ci trovavamo perfettamente d'accordo. A volte mi appare un angelo per annunciarmi che farò un milione di punti. E sempre più spesso avverto l'impulso di rubare autoradio dalle macchine in sosta per potermi finalmente comprare un "Pinbo" tutto per me da tenere a casa. Se vado avanti così, d'altronde, presto non avrò più neanche una casa, e certo resterò senza lavoro. So che non è colpa mia, che è colpa della società e delle sue contraddizioni. Ma mi sento un po' responsabile verso i miei genitori, che hanno fatto sacrifici per consentirmi dì studiare e si aspettavano da me altre soddisfazioni. Mi hanno parlato di comunità dove ti portano a fare punteggi sempre più bassi attraverso il lavoro nei campi. Spero di avere la forza di entrarci, e di resistere una volta che ne uscirò guarito. Intanto, mi auguro che questa mia esperienza possa servire da esempio ad altri che potrebbero cascarci.

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