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Giochi di spreco e di impreco

di Stefano Bartezzaghi su Smemoranda 1989 - Il gioco

0 tu che leggi, udirai nuovo ludo Dante Alighieri, Inferno A parlare di giochi ci s'annoia, a farli ci si diverte: è questo il primo principio dell'homo ludens, e lo si è verificato in innumeri occasioni. Nessun campo disciplinare è più noioso della Game Theory, la teoria dei giochi; nessun giornalismo è più inutile di quello sportivo, con una o due eccezioni; nessun dibattito è più verbosamente vacuo di quello, in riemersione, sui videogiochi e sui giochi "violenti": se facciano bene o se facciano male ai bambini. Il gioco non ama il dibattito sul gioco. Ma esiste anche un altro rapporto tra gioco ed esercizio delle parole: ci sono giochi durante i quali si può parlare (o si deve), e ci sono giochi durante i quali non si può parlare. Un concerto di musica classica è un buon esempio di gioco durante il quale non si può assolutamente parlare (specie di politica, perché in quel caso Stendhal spara un colpo di pistola). Altrettanto vigore, nelle zone lombarde, assume il Tabù della Parola nel Tressette (il tressette, si intende, nelle due sue manifestazioni ontologiche: il "tressette a ciapà" e il "ciapanò"). Ma si provi ad andare alla stazione di Bologna, e aspettare sul binario 15 (l'ultimo) la littorina delle 19.23 verso Codigoro, con scalo a Ferrara. Frotte di pendolari (lavoratori, universitari, studenti di odontotecnica) si abbandonano a carnascialeschi saluti alla giornata, che è finita. Bruneggia tra Galliera e Poggio Renatico l'orizzonte padano così ben cantato da Gianni Celati, da Ermanno Cavazzoni. Nel polveroso scompartimento a giorno occupato dagli studenti di ingegneria galleggia all'improvviso una ventiquattrore delle più ingegneresche da cui estrapolare il mazzo di carte. La valigetta, in prima istanza contenitore, può ora manifestare una seconda, altrettanto saliente, sua determinazione, e l'ingegnere (per quanto apprendista) lo sa: la planarità del dorso. Così, precaria su quattro ginocchio universitarie, la valigetta si fa tavolo e panno verde, per un tressette che qui si denominerà piuttosto "trionfo" (lomb.: "a ciapà") o "rivoltino" (="ciapanò"). L'analista che ha inseguito con l'abnegante acribia di un Bela Bartòk antropologie così insospettate, vedrà cadere le sue ipotesi più suggestive sul Tabù della Parola nel Tressette: trionfo e rivoltino si giocano con grande dispiegamento di oralità, si dice tutto, si fanno anche vedere le carte, anzi si gioca a carte pressoché scoperte. Si inneggia e si beffeggia, e se le regole sono le stesse del tressette lombardo, il gioco è tutta un'altra cosa. La parola è tanto importante, nel gioco, da mutarne la natura. È il giocatore di canasta, il ragioniere di sciarade, l'atleta di teghelé, il sedente del Monopoli, il fanatico saltellatore di "Mondo", il dialettico del foot-ball, il dialettale del fùlbol, e sempre più in basso nella scala evoluzionistica, il lubrico di "Così fan tutti", il risolutore di Cercaparole, fino al virtuoso del "Clic-ciac" che ha rovinato irrimediabilmente la promettente estate del 1971, fino all'euforico masturbatore di cubi ungheresi: ognuno tra i giocondi cugini e fratelli in games e plays condivide la stessa scelta, drastica. Coltivare il proprio ludo nel silenzio allucinato della meditazione, incolonnando Lego su Lego in perfetta ascesi; o irrompere loquendo, squittendo, liberando energie impensabili su scacchiere, campi, tavoli, sprecando e imprecando, battendo solennemente la carta in osteria. Nel silenzio o nello strepito, goda la nostra solidarietà, la nostra invidia.

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