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Dieci con lode

di Antonio Faeti su Smemoranda 1988 - Numero 10

La colpa l'ebbe proprio la signora Mosca che era la mia maestra di prima elementare. La signora Mosca aveva un animo filosofia) che si esprimeva in termini docimologici (niente paura: la docimologia è la scienza che si occupa di come dare scientificamente i voti). Così aveva deciso che, siccome gli orfani di madre devono essere buonissimi, anch'io ero dotato di un animo prelibato. La filosofia della maestra Mosca ha poi trovato convinti cultori nei sociologi attuali: si pensi che il Mostro di Firenze è appunto un "mostro" solo perché "non" è orfano di madre... Ebbene, di tanto in tanto, mi acchiappava vicino alla cattedra, mi baciava in fronte e sulle guance (di mestiere, come secondo lavoro, oltre alla maestra, la signora Mosca faceva la vedova di Leopold Von Sacher-Masoch, portava la pelliccia anche in agosto) e gridava: "Orfanello, cuor mio, animo eletto, inutile modello per quei reprobi meschini dei tuoi torvi compagni, non orfani ma degna progenie di assassini immeritatamente sopravvissuti"... Quando mi deponeva a terra io ripiombavo nell'adorata confraternita dei 51 gaglioffi che componevano la mia classe. Erano splendidi farabutti di varia età, un succoso frutto dei "disastri della guerra", precocemente esperti di Borsa Nera, di prossenetismo, di contrabbando, e si dividevano equamente fra le due temibili bande "della Braina" e "del Viazzolo", terrore metropolitano espresso nel nostro quartiere con bieca dedizione da questi piccoli geni del male. Io, delle bande, non potevo far parte perché la maestra Mosca mi assegnava continuamente un 10 e lode in condotta, con il suo matitene rossoblù. Bastava che notasse la mia presenza e subito il matitene, incontenibile, stilava l'emarginante verdetto: 10 e lode. Ero perfido, invidioso, cupo, solitario; spargevo veleni, ordivo congiure, ma la maestra Mosca era implacabile: tutti gli orfani di madre sono buonissimi, specialmente quelli discosti, malinconici, separati dai compagni. Anche quando doveva valutare il mio profitto (dettati, "pensierini", operazioni aritmetiche) la maestra Mosca rammentava la mia orfanezza e postillava il voto con Rotazioni come: "Bravo, la tua mamma ti vede dal cielo!", "Benino, ma potevi far di più, guarda in alto e pensa alla tua mamma lassù". Tutti i voti di profitto erano peraltro sempre accompagnati anche da un superfluo (e, per le mie relazioni sociali, dannosissimo) giudizio sul mio comportamento che suonava così: "Comportamento ottimo: dieci e lode". Non ho mai appartenuto alle bande, sembravo un monatto oppure uno di quelli che, secondo Donat Cattin diffondono l'AIDS su incarico del KGB, ero schivato da tutti. Quel dieci, anche senza lode, risuonava nella mia testa come se una campana possedesse solo un numero, altrettanto preciso, di rintocchi. Quando uscì il film con Bo Derek in cui uno psichiatra consiglia a un suo paziente (che è troppo invasato dal sesso) di concedersi solo dieci occhiate a dieci ragazze ogni giorno, corsi dal mio psichiatra per ottenere la stessa prescrizione. Volevo esorcizzare il mio odiatissimo numero, volevo stroncarlo caricandolo di ben altri significati. Ma il mio psichiatra dichiarò che, in considerazione del fatto che abito a Bologna, potevo (dovevo) contare fino a 365. Così cammino per la strada, adocchio una bionda con i camperos e la minigonna, sussurro: "Centoventotto"... Dicono che do i numeri.

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