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Luisito Suarez: il mio numero 10

di Fabio Santini su Smemoranda 1988 - Numero 10

Dieci: un numero magico che evoca ricordi e passioni, il numero della perfezione stilistica, del merito, della pagella della vita. Ricordo il mio primo numero dieci. Lo portava sulle spalle, con magistrale eleganza, un signore catalano, da Barcellona. Il numero bianco si stagliava sulla sua casacca nerazzurra, madida di sudore e di gloria. Si chiamava Luisito Suarez, professione calciatore dell'Inter, il più grande dei centrocampisti. Ne ricordo i lanci illuminanti, i tiri micidiali da fuori area, i sorrisi smaglianti dopo ogni vittoria. Ricordo la sua cattiveria, dettata dalla coscienza di essere un campione e quindi di esigere rispetto dall'avversario, la sua umiltà. Agli allenamenti Mazzola gli dava del lei, lui, anche dopo una finale di Coppa dei Campioni, vi arrivava sempre per primo. Il suo poster giganteggiava in camera mia fra quello dei Beatles e di Jimi Hendrix, di Dylan e di Kerouac. Ricordo i suoi anni, tristi per me, alla Sampdoria. Suarez era un mito e tale è rimasto nella storia del costume calcistico, oggi così diverso da quei tempi di sogno e di gloria. Ricordo i miei dieci a scuola. Ne ho presi così pochi che la mia mente non fa fatica a passarli in rassegna. In condotta, mai nemmeno uno, in inglese, 3 o 4. Fui presentato alla maturità con il giudizio di "miglior elemento del liceo" nella lingua dei Beatles. Sì perché furono le loro canzoni, i loro disarmanti messaggi d'amore, ad avvicinarmi al suono di quella lingua per me poi divenuta strumento di lavoro. Ricordo le prime 10 mila lire. Erano grosse come un manifesto. Le davi al benzinaio, ti riempiva il serbatoio della 500 e ti dava pure il resto. Al cinema ci si andava in quattro. A cena, in due, e il ristorante era di quelli buoni. Ricordo, 10 anni fa, il mio primo contratto radiofonico in RAI a Roma: primo punto d'arrivo di una carriera incominciata nel mondo della comunicazione di massa tre anni prima. Penso ora a come sarà il mondo fra 10 anni, a come ricorderò i miei "10 anni fa". Immagino città ripopolate al centro, rotaie sopraelevate e treni veloci come il suono, auto fatte in serie con carrozzeria bombata a guisa di uovo. Mi chiedo come saranno i contenitori televisivi, fra 10 anni. Forse al cinema ci andremo sempre di meno; vedremo in videocassetta i film di prima visione. I padelloni a 33 giri in vinile saranno oggetti per collezionisti: i compact-disc popoleranno le discoteche dei nostri figli. La televisione trasmetterà tecno-giornali. La tecno-informazione, fredda e puntuale, avrà finalmente vinto la sua battaglia contro il mezzobustismo telegiornalistico della RAI. Eco scriverà "Il nome della rosa". Il libro lo compreranno molti, pochi lo leggeranno. Ne faranno un film interpretato da Sean Connery. Ci saranno nuove guerre e nuove contestazioni, le tasse sulla salute e l'analfabetismo sarà quasi del tutto scomparso. Ci avvicineremo al Duemila cercando di sconfiggere nuove malattie infettive, nuovi flagelli pestilenziali che decimeranno indifesi ed emarginati. Penso a come sarò fra 10 anni e mi vedo qui, calato, oggi, nella realtà di 10 anni... fra. Domani come oggi penserò a com'erano carichi di illusione i lanci di Luisito Suarez. Penserò a quelle traiettorie che illuminavano i neon glaciali di San Siro. Forse mi emozionerò, come oggi. Ma non mi illuderò più. 

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