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Dieci giorni a Natale

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1988 - Numero 10

Il numero 10 mi ricorda Claude Eatherly, uno dei piloti che ha accompagnato la prima bomba atomica a Hiroshima. Abitavo al decimo piano, stanza 10, Hotel Saint-Moritz, lato sud, Central Park. Dieci giorni prima di Natale gli telefono in Texas: "Vengo a trovarla...". "Per carità, non si muova", risponde Eatherly. "In Texas non riesco a parlare. La gente mi inibisce. Anch'io passo da New York. Ci vediamo lì". Verso le 10 del mattino comincio ad aspettare. Eatherly non arriva. Ognuno si porta dietro una fila di numeri sfortunati: quel giorno aggiungo il numero 10. Dietro i vetri la città è grigia. Gli orologi luminosi scandiscono i secondi in cima ai grattacieli. Fra un po' nevica. C'è un viavai di gente che viene a New York per un viaggio di affari, ma che tornerà a casa con i regali. Rientrano dai negozi con pacchi colorati, i nastri sciolti a terra. In quest'aria di festa mi pare strano incontrare l'uomo che ha contribuito a uccidere 60.000 persone trasformando la città in un monumento per la storia. Tre ore dopo l'uomo è seduto dall'altra parte del tavolo, con un bicchiere in mano senza ghiaccio. È magro, gli occhi hanno segni profondi che invecchiano lo sguardo. Ma le sue mani sono tranquille. Quando ci siamo salutati :e ho sentite fredde e asciutte. Parla prima lui. "Come mi trova?" Non saprei. Ho visto solo fotografìe. Nelle fotografìe pareva più vecchio. Anche più stanco e malandato." "Non sono né vecchio né stanco; solo tormentato. Ma non sempre. Mi hanno curato per gli incubi". "Corrono voci strane, signor Eatherly. L'accusano di essere un impostore. È vero?" Non risponde subito. Mi chiede se può abusare della cortesia: ci sto per un altro bicchiere? Non vorrei far credere che Eatherly sia un alcolizzato. Può reggere una bottiglia di Whisky senza pena e i suoi occhi non si stancano mai. Restano attenti e freddi, come quando è entrato portando un po' di venti della città. "Lei vuoi parlare di cosa ha detto il signor William Bradford Huie. È un giornalista, ha passato due giorni con me e poi ha scritto un libro, dico un libro, sulla mia vita. Chi sono? Non lo so. Ma nessuno in un minuto riesce a descrivere se stesso. Se le chiedessi a bruciapelo: "Si considera una persona per bene, o qualcuno che lavora per offrire agli altri una immagine di comodo?", in un minuto riuscirebbe a dimostrare qualcosa? Non credo. Neanch'io so risponderle". "È pacifista, come predica da anni?" "Lo sono, e sinceramente, come lo è qualsiasi americano di buona volontà. Se fossi religioso, direi che il pacifismo deriva dalla coscienza ebraica o cristiana, ma non sono religioso e ho paura di sembrare ridicolo a mettere in piazza la mia filosofìa. Non posso essere religioso dopo la mattina di Hiroshima. Quando uno fa un giro come il mio e torna, o si ammazza, o vive come un trappista. Chiuso, a pregare che il mondo cambi e che di Claude Eatherly e di Paul Tibbets e degli scienziati come quelli della bomba atomica non ne nascano più." Claude vive nel Texas, dove i discorsi non conoscono i sussurri edoardiani della Nuova Inghilterra. Risate piene, si parla ad alta voce. Ogni sensazione risulta amplificata. Dopo che i giapponesi bombardano Pearl Harbor, il Texas offre più volontari di qualsiasi altro Stato. Bisogna punire i diavoli gialli. Tra i volontari c'è Eatherly, ultimo di sei fratelli, ala di punta nella squadra di foot-ball del Texas North College. Ha la testa dura e picchia sodo. Picchia anche in volo. Abbatte trentatré aerei e fa carriera in un baleno. Tre anni ed è maggiore. Si apre un avvenire brillante: un bel ragazzo, somiglia a Robert Taylor, sul petto due medaglie. Una è la Distinguished Flying Cross, la decorazione più alta "per piloti vivi". Sono le medaglie a scavargli la fossa. Nell'estate del '45 gli arriva l'ordine di tornare a casa. Ma prima deve compiere una missione. Una soltanto. Lascia il Pacifico per qualcosa di speciale. Non si manda a casa un soldato per il gusto di regalargli un po' di bella vita. Nella lettera che spedisce alla madre per annunciare il ritorno, Claude scrive: "Deve essere l'ultima sigaretta che infilano nella bocca del condannato". Niente di così terribile. Va nel Nuovo Messico: aggregato a una formazione di supermen, i piloti più bravi, più coraggiosi, più famosi, tutti addestrati in segreto. Gli consegnano un Boeing 29 superfortezza che Claude battezza "Scala reale". La cronaca del mattino di alcune settimane dopo appartiene alla storia. Tre aerei si alzano la notte del 6 agosto '45 da Tinian, isole Marianne. Comanda il gruppo Paul Tibbets. Eatherly apre la formazione. Sul suo apparecchio non vi sono bombe; del resto nessuno sospetta quale terribile aggeggio si nasconda dentro l'"Enola Gay". Si pensa: un ordigno più grosso, niente più. Eatherly deve individuare con la massima esattezza il bersaglio. Stabilire se le condizioni del tempo permettono di fare centro su Hiroshima, Kokura, Nagasaki, oppure continuare verso obiettivi secondari. Ripete la storia di quel mattino con la voce neutra di chi si esibisce nella recita numero mille. "Avevo i comandi dell'apparecchio di testa, lo "Straight Flush". Volo su Hiroshima per quindici minuti: studio le nuvole che coprono l'obiettivo: un ponte tra il quartiere militare e la città. Quindici aerei giapponesi girano sotto di me, ma non ce la fanno a salire ai 29.000 piedi dove ci troviamo. Guardo su: cumuli di nuvole a 10.000, 12.000 metri. Il vento le spinge verso Hiroshima. Un tempo ideale. Vedo bene il bersaglio: l'arco centrale del ponte. Adesso rido quando penso alla raccomandazione: "Mi raccomando, l'arco centrale, solo quello", capisce? Pur immaginando qualcosa di speciale, le case, le strade, le città mi sembrano lontani dalla nostra bomba. Mi dico: per i giapponesi stamattina è solo un grande spavento. Trasmetto il messaggio in codice, ma chi lancia sbaglia di 3.000 piedi. Verso la città, naturalmente. Tremila piedi a destra, 3.000 piedi a sinistra non sarebbe cambiato gran che. Lo penso mentre seguo il lancio, poi lo scoppio mi lascia con la testa vuota. Hiroshima sparisce dentro una nuvola gialla. Nessuno parla più. Quando si torna da una missione, e si è vivi, ci si scambia messaggi, impressioni, complimenti. Questa volta le radio restano silenziose: tre aerei vicini e muti. Non per paura del nemico, ma per paura delle nostre parole. Ognuno deve aver chiesto perdono per la bomba. Non sono religioso, e non so a chi chiedere perdono, ma in quel momento prometto a me stesso di mettermi contro ogni bomba e ogni guerra: mai più la nuvola gialla deve alzarsi ancora..." Adesso Eatherly alza la voce. Si capisce che la nuvola accompagna la sua vita. "Un anno dopo chiedo di essere congedato." "Con quale scusa?" "Stanco, sono stanco, e poi voglio sposarmi: è pericoloso aprire discorsi sulla coscienza quando si è in divisa. Si meravigliano. Come posso bruciare un futuro pieno di promesse? n giorno del congedo mi mettono davanti un foglio. C'è scritto che accetto 237 dollari al mese di pensione. A quel tempo è un bel prendere, ma rifiuto. Siccome rifiutare non è consentito dal regolamento, metto per iscritto che la somma deve andare alle vedove di guerra. Fine dei miei rapporti con l'aviazione." Non racconta volentieri il resto della storia. Torna nel Texas: i familiari non lo riconoscono. Magro, nervoso, irascibile. Ha ventiquattro anni. Sposa una ragazza italiana incontrata nel Nuovo Messico mentre preparava il viaggio di Hiroshima. Concetta Margetti non è, forse, la moglie ideale per un tipo angosciato come Claude. Aveva tentato Hollywood e si era ridotta a vendere sigari in un locale notturno. Una storia di guerra, ma la guerra ha fatto saltare i nervi al maggiore. Sveglia la moglie di notte, ansimando in lacrime: "A terra, sta arrivando la nuvola gialla". Quattro anni così; poi i familiari lo convincono a entrare come paziente volontario nell'ospedale psichiatrico di Waco. Dopo quattordici mesi di manicomio esce, ma è un fantasma. La moglie lo abbandona. Il fratello gli chiude il conto in banca: Claude non può disporre di se stesso e del proprio denaro. Ed ecco che la protesta si riaccende. Entra in un bar di Dallas. È armato, minaccia gli avventori: tutti i soldi dentro il sacco che tiene aperto. Come ha visto nei film. Finisce in niente. Gli mettono le manette sull'auto della polizia che lo porta in prigione. Il sergente che lo accompagna non conosce il nome del bandito. È un ex aviatore. Domando a Eatherly come è stato il primo incontro con la prigione. "Dovrei dire terribile, invece non è vero. Non me ne importava niente. La prigione mi accompagna sempre. La porto dentro di me. Su quell'auto il sergente mi guarda in faccia: è curioso. Sta pensando a chissà quale criminale celebrato dalle foto segnaletiche imparate a memoria. Il viaggio è lungo; me ne sto quieto. Ma quegli occhi addosso mi infastidiscono. "Da dove vieni, sergente?" gli domando. E lui: "Da Chicago". E io: "Sapevo che venivi da qualche parte". Volevo sgelare l'aria, ma il poliziotto non ci sta. Mi chiede: "Puoi parlare, anche se non è regolare, qui in macchina?" Faccio segno di sì. "Di dove sei?" "Di qui." "Dove hai fatto la guerra?" "Nel Pacifico." "Anch'io sono stato nel Pacifico. Dove ti hanno sbattuto?" "Marianne, a Tinian, gruppo speciale 509..." Allora Smith mi guarda stupito. "Adesso capisco chi sei: il maggiore Eatherly. Santo cielo, maggiore, come hai potuto finire così? Sei malato, vero? L'ho letto da qualche parte... Ti darò una mano." Mi chiudono ancora in manicomio." Il tormento continua. Un pover'uomo, solo che non ce la fa ad andare avanti. Eppure il suo dramma non è capito. Gli cresce attorno l'avversione della gente. Non dimentichiamo che Eatherly vive i suoi giorni difficili nell'America del senatore McCarthy, l'inquisitore del nazionalismo esasperato. Fa lievitare un tipo di sospetto riflesso della guerra fredda: la caccia alle streghe. Claude diventa una "strega". La critica appassionata e un po' naïve ai meccanismi della guerra è considerata una "minaccia alla sicurezza nazionale". I giudizi su di lui sono discordi. La biografia confezionata con un colloquio di appena due giorni dal giornalista William Bradfort Huie immiserisce la protesta. Per Bradfort il maggiore "non vide mai la palla di fuoco, né avvertì l'urto dell'onda gialla". "Quando io l'ho conosciuto" continua implacabile Bradfort Huie "era già un truffatore. Mi ha subito chiesto cinquecento dollari. Non ha mai tentato di uccidersi: sono stato a lungo con lui e gli ho guardato i polsi: nessuna cicatrice." "È vero, Claude?" "Non sono cose delle quali ci si deve vantare. Guardi le braccia..." Rimbocca la manica della giacca, slaccia il bottone della camicia. "I polsi..." Due segni viola, profondi e sgradevoli, si allungano verso le mani. "Non voglio rattristarla con queste cose. Sono contento di aver parlato. Adesso devo andare." Con la stessa rapidità con cui è comparso, sparisce. Prima di attraversare la porta del bar e offrire la sua faccia alle luci della hall si volta come se avesse dimenticato qualcosa. "Voglio chiedere scusa del ritardo. E grazie per quelli..." la mano si alza verso i bicchieri in fila sul tavolo. "Davvero un piacere conoscerla. Buon Natale." Quattordici mesi dopo Claude Eatherly si toglie la vita.

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