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Due nel dieci

di Umberto Gay su Smemoranda 1988 - Numero 10

Come raccontare quel marzo di dieci anni fa? Brutta cosa i decennali, lo so, ma quello non lo si può proprio scordare. La primavera era arrivata con un po' di anticipo e si viveva ancora la forza e la bellezza dei grandi movimenti degli anni 70 con le loro ricchezze e le loro miserie entrambe importanti. Giulio Andreotti sarebbe stato il primo presidente del consiglio di un governò appoggiato dal Pci e dietro a lui c'era Aldo Moro che in soli venti anni era riuscito a costruire il centro sinistra per poi arrivare a coinvolgere Berlinguer nei dintorni della stanza dei bottoni. Da molti anni c'erano anche le Brigate Rosse, una presenza che si faceva sentire, da piccoli nuclei nelle fabbriche del triangolo industriale erano diventate organizzazione clandestina nazionale e, nonostante in molti avessero tentato di farle passare come proiezione della destra o dei servizi segreti, raccoglievano simpatizzanti e militanti. La notizia si diffuse con quella velocità che solo ai grandi eventi è concessa. Le Br avevano rapito Aldo Moro, proprio mentre andava alla Camera per votare il governo. Una strage con cinque morti ammazzati, un'operazione militare di guerriglia in piena regola. Era successo l'imprevedibile e per molti giorni si respirò un'aria veramente strana. Mentre la stampa italiana dava il peggio di sé, ottima e fedele compagna del ceto politico, si arrivò a mettere in dubbio l'autenticità delle lettere che Moro faceva arrivare dalla prigione del popolo. I partiti si misero a litigare persine sulla volontà o meno di tentare qualcosa per liberare Moro, gli apparati dello stato registrarono un fiasco completo, le Br continuarono nella "campagna di primavera" convinte di aver raggiunto il "cuore dello stato". Per chi aveva poco più di vent'anni e faceva politica furono settimane dense di emozioni. C'era odore di storia nell'aria, le sensazioni erano forti e, pur lontani da coloro che tenevano Moro, sarebbe ipocrita dire che si piangeva, si stava in ansia per il leader della DC mille volte ingiuriato e attaccato nelle manifestazioni e sui volantini. (Qualcuno si sta indignando? No, per carità non scandalizzatevi per un po' di verità). Infatti c'era un altro motivo per cui noi, di diciotto/vent'anni, di Milano, avevamo il cuore e il cervello più impegnato altrove. Proprio due giorni dopo il rapimento di Moro in un dolce e tiepido sabato sera 18 marzo due nostri fratelli erano stati assassinati. Due giovani compagni Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci, "Jaio", trucidati a pistolettate vicino al loro centro sociale da due fascisti strettamente legati ad una fetta di "malavita nera" coinvolta nel traffico di droga. Anche quella notizia si diffuse con la velocità del fulmine e per rutta la notte cortei rabbiosi sfilarono per la città colpendo e attaccando tutto ciò che, simbolo di destra o del potere che fosse, capitava a tiro. Rabbia e forza miste a lacrime e slogan fino ai funerali di Fausto e Jaio dove c'erano poche corone "ufficiali" e centinaia di migliaia di persone. Sono passati pochi anni e i pentiti hanno raccontato chi e perché diede vita all'operazione Moro; sono passati dieci anni e nessun giudice ha spiegato chi e perché ha ucciso Fausto e Jaio. Si potrebbe dire: "ma come è possibile paragonare l'importanza dell'omicidio di uno statista con ocello di due giovani qualsiasi?". Certo, è una domanda razionale irta non basta come risposta per chi ci è passato in mezzo. Oggi, poi, tutto si riscrive con facilità: gli anni '70 sono descritti come somma di ragazzate, di follia collettiva, come un susseguirsi ininterrotto di reati e conflitti deprecabili. Molti si vergognano di quello che sono stati, di ciò a cui hanno partecipato, ognuno ricorda come più gli torna comodo. Molti altri invece no, e non è per caso che lo si può scrivere sulla Smemoranda che c'era dieci anni fa e c'è oggi. Tutto ha un suo senso ed un suo significato: il ricordo di due ragazzi uccisi, di quei giorni, di quegli ideali ha qualcosa in più che si può sentire ancora. Basta saper cercare.

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