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Fotografo

di Beppe Viola su Smemoranda 1987 - L'avventura

Un sacco di venticinque chili del valore di alcuni milioni viene sollevato con una mano sola e sistemato sulla spalla destra una trentina di volte al giorno; un buon contratto con la France Press, tra le più importanti agenzie del mondo; quarant'anni che sembrano trenta, centomila chilometri l'anno trascorsi al volante, una casa in Bretagna e un repertorio di numeri da cabaret, il migliore dei quali rimane quello di toccarsi la punta del naso sfoderando la lingua più lunga di tutta la Francia. Più o meno, Jean Pierre Prevel si presenta così. Come contorno offre un fisico abbondantemente oltre i cento chili, una allegria contagiosa e almeno vent'anni di professione onorata da premi (la miglior foto del Tour di non so quale anno) e da scoop di valore mondiale. L'ultimo lo ha rimediato in occasione dell'ammutinamento dellâequipaggio del France, l'ammiraglia della flotta civile francese. Jean Pierre si imbarcò come turista clandestino e per alcune settimane le sue foto, pubblicate da tutti i giornali del mondo, raccontarono la vicenda a milioni di persone. Trasmetteva le foto via telefono con un meccanismo che mi ha illustrato tre volte e che ancora devo capire, dopo averle sviluppate in gabinetto. Jean Pierre è uno dei settanta-ottanta fotografi incrociati a Bilbao nel corso dei Campionati del Mondo di calcio dove ne sono stati convocati circa cinquecento. Con Pierre si fa presto a diventare amici, sempre che si sappia contare fino a dieci in francese perché lui non conosce altra lingua. In realtà non gli serve, avendo a disposizione una mimica degna della "Comédie". Abbiamo percorso insieme 1.500 chilometri in automobile, su e giù da Valladolid a Bilbao. Arrivavamo allo stadio quattro ore prima dell'inizio della partita per dare tempo a Jean Pierre di attrezzarsi, preparare il laboratorio e organizzare la spedizione del materiale. Non aveva un minuto neanche per masticare una salsiccia, e rimediavamo alla sera sostando a Burgos ("È un consiglio Michelin" diceva) la soupe à l'onion risulta puntualmente inferiore a quella preparata da sua moglie, sette generazioni trascorse in cucina, specialità terrine, anatra e tutto quanto fa trigliceridi e colesterolo. "Nella mia fattoria - diceva - c'è sempre un buon piatto e due bicchieri di vin Bordeaux per gli ultimi arrivati". Si è costruito la fattoria sgobbando con piacere, frequentando Giscard d'Estaing e Bernard Hinault, rincorrendo principi e banditi. La sera in cui i giornalisti spagnoli ci invitarono per la cena nella sala de prensa, Jean Pierre si presentò con una Minolta tascabile tanto per girare armato in ogni occasione. "Non mi va di lavorare in studio, anche se riconosco che i miei colleghi specialisti in quel genere sono bravissimi. Però nell'attualità câè più emozione. Vedi - spiega - il segreto è saper prendere il posto giusto prima degli altri e puntare come un cecchino il bersaglio. Devi capire subito qual è la cosa più importante del teatro, un clic dura meno di un secondo, è indispensabile prenderlo al volo. Per un cinereporter è tutto più facile; in una sequenza cinematografica ci puoi infilare una vita intera. La sintesi invece è un miracolo. Dipende tutto da te. Senso giornalistico, intuizione e gusto, ecco cosa serve. Se tu hai scattato cento rullini devi sapere dove hai sparato il colpo migliore. Se non capisci questo, meglio cambiare mestiere". L'ho visto a Valladolid farsi largo tra i colleghi a colpi d'anca e di pancia quando lo sceicco del Kuwait decise di invadere il campo di gioco. Il mio amico Jean Pierre era così vicino al protagonista di quella assurda vicenda che avevo quasi l'impressione fosse lui a dirigere il tutto. In una partita di calcio, il suo bottino è di cinque rulli in bianco e nero e due a colori. Porta sempre in macchina una valigia metallica contenente un laboratorio per sviluppare, stampare e inoltre un piccolo impianto che gli può far trasmettere via telefono. Gli ho chiesto se avesse mai pensato di lasciare la France Presse per mettersi in proprio, lui mi ha risposto che ormai ha sposato l'agenzia ed è un matrimonio felice. È vicedirettore della sede di Rennes, dopo aver inventato la sede in Provenza e dopo aver fatto capire ai capoccioni di Parigi che una foto di provincia può essere promossa a livello internazionale. I primi servizi importanti nel 1970 con la guerra in Giordania, ma la grinta e l'entusiasmo sono rimasti quelli del primo giorno; ecco perché non è mai stanco. Mai avuto paura Jean Pierre? "Sì, moltissime volte mi sono cacciato in guai terribili. Per fortuna me ne sono accorto dopo, a pericolo scongiurato. Quando sono in camera oscura, osservo le foto e mi dico: ma Jean Pierre, tu hai fatto questo? Allora sei matto!" Le foto che ricorda con affetto sono quelle mai pubblicate, la migliore quella che cerca di fare ogni giorno. Un'altra ragione per cui non tradirà mai lâagenzia è che qui gli è consentito scegliere personalmente il materiale da inviare nel mondo, un lavoro delicato da autentico inviato speciale. Jean Pierre è giornalista, scrive pezzi per corredare il servizio anche se i reportages migliori sono quelli che viaggiano senza parole. "È assolutamente folle - ripete - considerare i fotografi giornalisti diversi. Semmai dovrebbe essere il contrario". Il grande fotoreporter deve essere informato, conoscere esattamente gli aspetti del servizio, sapere cosa tirarne fuori. Jean Pierre Prevel porta in giro il suo quintale con gran classe, è rimasto giovane e allegro perché ama il suo lavoro ed è ogni giorno pronto a partire.   Beppe Viola, indimenticato "avventuroso" scrittore e giornalista sportivo, è presente sulla Smemoranda '87, a quattro anni dalla sua prematura scomparsa. "Il fotografo" è un inedito datato luglio '82, avuto grazie alla collaborazione di "Magazine", l'agenzia fondata dallo stesso Beppe Viola.

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