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L'avventura ferroviaria

di Carlo Castellaneta su Smemoranda 1987 - L'avventura

La donna era seduta di fronte a lui, le gambe accavallate, un cappellino con la veletta, un lungo bocchino dal quale aspirava golosamente il fumo della sigaretta. Era salita da sola, ma con un seguito di valigie che facevano presumere più che un viaggio una fuga, un trasferimento, un mutamento di vita. Solo per pochi attimi aveva incrociato lo sguardo di lui, distogliendolo dal libro che stava leggendo o dal paesaggio che fissava dal finestrino. L'avventura ferroviaria esiste, non è una leggenda. Egli lo sapeva, e per questo aveva rotto col suo passato di minatore. Ora fissava la copertina del libro cercando di decifrare in quale lingua la donna leggesse, ma il titolo era incomprensibile, forse slavo, forse scandinavo. Giù nella buia miniera egli non aveva avuto modo di imparare le lingue. Ma adesso una nuova vita gli veniva incontro, e forse la misteriosa viaggiatrice non era salita per caso su quel treno, ma per un disegno del destino. Infatti lei si alzò, e nell'uscire dallo scompartimento urtò leggermente il piede di lui. L'avventura è anche questo, comincia da un particolare insignificante. Comunque egli non si mosse, aspettò a seguirla nel corridoio. Dove stava andando quella donna? E chi doveva raggiungere? Presto, appena oltrepassata la frontiera, egli lo avrebbe saputo. Nel suo rude lavoro aveva spesso sentito raccontare di donne simili, avventuriere spregiudicate che prediligevano la ferrovia alle linee aeree, e che potevano, con un battito di ciglia, trascinare un uomo alla rovina. Egli aspettava quel battito. Più contemplava quella creatura e più capiva di averla sempre attesa, di essere pronto per lei a sacrificare tutti i suoi risparmi. In piedi nel corridoio la bella sconosciuta gli offriva ora il suo profilo, quasi sfidandolo a raggiungerla. L'avventura è rischio, slancio, disponibilità. Sono pronto, egli si disse. Da sotto la veletta scoccò un dardo, e il colpo gli arrivò in pieno petto. Solo una russa, un'avventuriera russa poteva guardare un uomo a quella maniera. Quando lei tornò a sprofondare nel sedile di fronte, offrendogli tutto il languore del suo corpo, c'era nei suoi occhi una punta di biasimo, un vago rammarico per non essere stata raggiunta, che egli colse benissimo, senza tuttavia trovare il coraggio di una parola. Passata la frontiera, gli altri passeggeri smontarono. Rimasero soli, alle prese coi loro sguardi. Lâavventura è gioco, emozione, ma va giocata come fosse per sempre. A un tratto lei stese il braccio per abbassare re la tenda del finestrino. Chiuse gli occhi abbandonandosi ancora di più sul divano. Ecco il segnale, egli pensò, la mente sconvolta e il in fiamme, al pensiero di ciò che gli avrebbe rivelato, quella sottana rialzata all'improvviso: le bianche carni delle avventuriere russe, l'orgia dei pizzi, il pelo, il colbacco, la veletta, possedendo quella in un impeto incontenibile su quei velluti la classe. Invece, mentre lei era appisolata, anch'egli si addormentò, provato dal lungo viaggio e dalle emozioni. Quando riaprì gli occhi, il posto di fronte a lui era vuoto. La bella viaggiatrice era scesa a Voghera.

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