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Nomadismo rock

di Enzo Gentile su Smemoranda 1987 - L'avventura

"Scarpe rotte, eppur bisogna andare...". Non è che, così come fanno gli alpini, a noi rockisti d'annata, sia venuta la nostalgia dei bei tempi, ma è che in quella canzone di lotta c'era un mucchio tale di verità che viene il sospetto che Springsteen gli abbia dato una sbirciata al momento di strimpellare Born to run. C'era una volta la smania di rincorrere i concerti, i raduni, i festival di tutti i generi, che fossero di scena musicanti del business, sotto l'egida di impresari-pescecani o che al timone risultassero ben piantati, con candida approssimazione, i poveri ma belli di Re Nudo, di Stampa Alternativa e desperados limitrofi. Il nomadismo rock, ma anche jazz, blues, folk, era una costante, d'estate in particolare, anche se L'Espresso all'inizio lo snobbava e non lo inseriva nelle vacanze intelligenti. Le trasferte non erano mai agevoli, viaggiare comodi, con aria condizionata, sarebbe stato come tradire un po' la causa, meglio soffrire: eravamo un esercito di brutti, sporchi e cattivi, di laceri e contusi, di sudati, assetati e affamati, di brigantelli che talvolta smettevano i panni dei signorini benestanti per gioire all'ombra di emozioni nai'f. Il sacco a pelo, l'autostop, la canna con l'erba del vicino che è sempre la migliore (la più verde non so, ma interessa meno), la processione, "Ehi, c'hai mica cento lire?". Quello era il modo per vivere, assimilare, ingurgitare, capitalizzare il rock: non avevano ancora inventato, vivaddio, i video-clip, i damerini del tecno-pop andavano a scuola, Mister Fantasy avrebbe insegnato qualche anno più tardi come fruire coscienziosamente e correttamente la musica. Il rock restava materia per spiritacci, mica per budini qualsiasi: quelli avevano da trastullarsi con suoni-pattumiera e sognare John Travolta, inebetito dalla Febbre del sabato sera. Alle cattedrali del rock (Palazzi dello sport, teatri, tende, stadi, piazze, campi sportivi, paludi spacciate per arene superaccessoriate) ci si andava con tutti i mezzi, magari con il treno, ma era per sedentari, forse in moto, ricordandosi del manifesto di Easy rider, appeso in camera, oppure con utilitarie dalle sette vite piene zeppe di nastri e panini, attrezzi da lavoro e lattine. In testa alle hit parade di popolarità la Renault 4 e la Dyane, in fondo la Golf, considerata per borghesucci e pantofolai senza arte né parte: in buona posizione i pullmini, adatti a chi amava la calda e umida ambiguità della tribù, in cui tutto si socializza, dall'amore alla mortadella, dalla stanchezza allo strudel messo a disposizione da una mamma previdente. Il pellegrinaggio era, in quanto tale, il momento più eccitante della giornata, un pugno di ore spese bene, effervescenti naturali, in un'attesa da Sabato del villaggio: auto che ansimavano al primo pendio di un cavalcavia, rosolati al sole o rincoglioniti dal freddo, eppure sostanzialmente contenti di esistere. Se la zia aveva optato come tutti gli anni per una capatina a Lourdes o, tanto per cambiare, aveva pensato di fare un salto alla tomba di Giovanni XXIII, il papa buono, noi si puntava diretti verso Umbria Jazz, dove la benedizione ce l'avrebbero data attraverso il sassofono di un negrone incazzato. Abbruttiti ma sani, energici ed energetici ci si tuffava nel gran casino brulicante di gente e gentaglia, razza di dannati Visitors della musica: intorno al tempio in questione sembrava di essere sempre nello stesso posto, a qualsiasi distanza da casa. Bancarelle che inviavano zaffate di wursterl, salsicce, porchetta a tranci e frittelle, dove convenivano tutti, gli sballatoni di Treviso, l'equipaggio di Foggia, quelli della comune di Pistoia, i compagni del movimento di Viterbo: fuori dal circuito di braccialetti, orecchini e narghilè c'era l'universo intero, ma quella era l'altra metà del cielo, una casbah che stava giusto tra l'inferno e il paradiso, ne toccava gli estremi, facendo nazione a sé. Rock, naturalmente. Una scuola di sopravvivenza, insomma: adesso li mandano a guadare i fiumi nel Borneo, li fanno dormire appesi come salamelle di fianco a un ghiacciaio, nutrendoli di bacche e cibo avventuroso, ma l'educazione rock, la lunga marcia di avvicinamento ai festival, ci hanno temprato come gli Uomini veri (non gli Uccelli di rovo) di Canale 5. A rileggere un ideale diario di viaggio di quei tempi, sembra di tornare al secolo scorso, forse le cronache della rivoluzione industriale risulterebbero più attuali. Oggi il consumatore di rock ha cambiato i connotati, imbolsito, appesantito, pacioso e turgido come il lettore di Repubblica dieci anni dopo: trionfa la mistica della prevendita, si richiede a gran voce l'istituto civilissimo del posto numerato, spesso opache bambolone in divisa offrono sigarette sponsorizzanti e forse arriveremo a distribuire, insieme al biglietto, spray deodoranti per non disturbare il vicino... Così cambia il rock, musica liofilizzata, da deglutire in pillole: insomma Scialpi ve lo siete meritati voi e se We are the world è la nuova chiesa, allora è giusto ammonire con il cartellino giallo. Chi di Spandau Ballet ferisce, di Duran Duran perisce. Fumata nera sul rock prossimo venturo, in giro vedo solo polli d'allevamento, colorito pallido, carni flaccide: ma la musica non muore, tranquilli, un Festivalbar o un Discoring, non si negano a nessuno. L'orecchio(cchio) vorrebbe la sua parte, ma sarà per un'altra volta. Nel frattempo, amen.  

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