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Homo Sapiens Sapiens

di Ettore Tibaldi su Smemoranda 1987 - L'avventura

Da quando un esemplare di Homo sapiens sapiens è stato esposto in quello Zoo di Londra, il pubblico degli "amici degli animali" ha potuto vedere, oltre lo specchio del luogo comune, il fantasma d'un uomo che s'alza al mattino, si fa la barba, beve il caffè, legge il giornale e conferma la propria identità distribuendo biglietti da visita. L'indice di gradimento degli animali all'interno della cultura metropolitana è così elevato che solo attraverso l'affermazione della bestialità si arriva ad attrarre l'attenzione sull'umanità. Quante troie, quanti conigli, che vermi, ecco un drago! Che vipera, e che civetta quando dava la caccia a quel lupo solitario che in realtà è un orso. E se non vogliamo fare la fine del topo, dobbiamo diventare volpi, leoni, aquile, non come quel cane che faceva il gallo perché credeva che tutti fossimo pecore. Lo zoo non è più un serraglio: è solo una metafora mille volte confermata. È, insomma, una perversione. Organizzata in modo che lo sguardo preconcetto del pubblico trovi quello che s'aspetta: animali in spazi assurdi, il contrario del Giardino dell'Eden. Il modo con cui gli animali sono gestiti, trattati, sezionati, detenuti, allevati e coccolati continua a stupire, scandalizzare, interessare, commuovere. Non so proprio perché: è solo un aspetto coerente del ciclo di rapporti perversi che abbiamo con la realtà naturale. Da quando, in quello zoo del Bronx, hanno posto una gabbia buia con l'etichetta "Il primate più pericoloso del pianeta" i visitatori infilano la testa tra le sbarre e vedono, nello specchio sulla parete opposta, la propria immagine. Ma non è vero che siamo tutti colpevoli: l'ecologia, quella vera, quella che è davvero sguardo degli uomini sull'ambiente ci ha da tempo dimostrato che la relazione tra gli uomini e la natura è completamente influenzata dai rapporti sociali. Non è vero che gli uomini sono tutti cacciatori, o sfruttatori, o inquinatori, o macellai, assassini, crudeli, devastatori e suicidi. Conosco contadini puliti, che non solo non usano insetticidi, ma vivono in meravigliosa armonia con il panorama verde delle loro vallate. So di un cacciatore bianco che in Kenya sta salvando diecimila ettari dall'avanzata del deserto. Conosco un pescatore che alleva mosche per nutrire le trote e i salmoni, tra le colline viola di lavanda dell'Alta Provenza. Vorrei raccontare di Joe Henson, che in un ampio terreno, della Università di Oxford, protegge dall'estinzione decine di varietà d'animali domestici, tra le quali anche il grande bue bianco che gli antichi romani avevano esportato dovunque nel loro impero per sacrificarli sugli altari, ed è rimasto solo là, a Cotswold, nel Gloucestershire. Vorrei, insomma, narrare di un'ecologia pratica, non fatta di lamenti, di disperazione, di paura della fine del mondo. "Smemoranda" è troppo piccola: ma è anche il luogo delle cose, delle parole, degli animali e delle piante che non si devono dimenticare: tra questi, oltre le metropoli, al di là delle fabbriche verdi dell'agricoltura industriale vivono luoghi meravigliosi che sono l'esatto contrario di un giardino zoologico. In queste piccole isole, in questo grande arcipelago, si realizzano finalmente i circoli magici della concretezza: i cani, i gatti, le trote e le mosche, i leoni e le gazzelle, le mucche e l'erba ritrovano un senso. Proprio come nelle antiche filosofie dello zen, in cui si racconta la storia di chi conquista la vera saggezza: dapprima, nello sguardo verso il mondo, sembra di vedere alberi, torrenti, montagne. Più tardi, studiando profonde culture, ci si accorge che non si tratta solo di piante, acque, rocce. Ma, infine, trovata la vera sapienza, si vede che gli alberi sono solo alberi, i torrenti solo torrenti, le montagne solo montagne. Io li ho trovati. Cercateli anche voi!  

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