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Il Piccolo Uomo delle Grandi Pianure

di Gino&Michele su Smemoranda 1987 - L'avventura

Certo che puoi incontrarlo, il Piccolo Uomo delle Grandi Pianure. Magari al rifornimento Agip dopo il bivio del Brennero. Pare che aspetti solo te, vestito con le sue pelli dâorso una sopra l'altra che a ben guardare potrebbe essere un qualsiasi zampognaro in tournée. In realtà son gli occhi a mandorla a tradirlo, e lui, Dersu Uzala, è lì per entrarti nella testa e non lasciarti più, fotogramma dopo fotogramma, nemmeno al tuo arrivo al Lavazzé quando, infilati per la prima volta gli sci da fondo nuovi di pacca, ti immergi nel bosco. Tanto tu, della tigre, non hai mai avuto paura, primo perché non l'hai mai vista, secondo perché ami gli animali almeno quanto i gatti. Lo scenario è l'infinito candore del Latemar. Tutto, suoni, pensieri, movimenti sembra attutito e irraggiungibile. Eppure vai, lungo l'esile traccia parallela. Curioso. Flap... flap.... flap... Le tue gambe secche da "reduce" ricordano certe patetiche olimpiadi per pensionati. Qualcosa tipo "nonni e nipoti in bicicletta". Ma i nipoti non ci sono. Li hai lasciati a divertirsi, loro, lungo gli skilift che han deturpato il paesaggio. Tu no, tu ami e conosci la natura. Flap... flap... Certo che si fa fatica, però. E dire che allâ"Airone" ti sei abbonato da subito e che il "National Geographic" è in bella mostra sugli scaffali, in attesa, per essere letto, di una visita alla British, magari una full immersion nella persona di miss Taylor. Flap... flap... flap... Ogni tanto ti fermi a guardare una casera abbandonata, un abete stracolmo di neve. Flap... Ancora una casera, ancora un abete. Gli stessi, forse. Anzi, gli stessi, cazzo! O non ti muovi, o giri intorno, mentre davanti ai tuoi occhi sparisce la traccia e rimane solo il bosco, la solitudine, l'orgoglio di sapere che nessuno ha osato tanto, almeno negli ultimi minuti. I crampi cominciano però a morderti i polpacci. E i fotogrammi lenti e silenziosi del Piccolo Uomo delle Grandi Pianure si riaffacciano sempre più nitidi. Non sei vestito di pelli, tu, che la giacca a vento di vero piumino è un'altra cosa. Eppure lui, Dersu Uzala, era così decoroso nella sua povertà. Flap... Certo ci vorrebbero delle racchette ai piedi, queste affusolate appendici agli scarponi cominciano a rivelarsi un impiccio. Chi cavolo li avrà mai inventati gli sci da fondo con quei duecento tipi di sciolina che a metterla non ci indovini mai e finisci con le mani segate dalle lame che neanche a scrostar l'intonaco con la spatola, quando ti eri messo in testa che gli imbianchini eran cari. Ti accosci pensieroso sugli sci, socchiudi gli occhi e cerchi di tornare indietro col pensiero. Invece torni indietro con gli sci, davanti alla stessa casera, davanti allo stesso abete. Sotto al quale lui, Dersu, se ne sta, fucile in spalla, a osservarti. E ti sorride con la semplicità delle immagini di un secolo, il suo, che ormai gli pesa troppo. È arrivata la tecnologia, caro capitano Arseniev, con i suoi scarponi Caber, i suoi sci di plastica, di vetroresina, perfino di acqua. Insomma, è arrivato il '900, e già quasi il 2000, a rompere i coglioni. Nelle infinite foreste che si estendono dall'Ussuri all'Adige non c'è più pace. Tutti sparano a tutto: con le Nikon, con i Rossignol, con le Robe di Kappa. Ma adesso? Cosa ti serve la bussola se non sai dove devi andare? Cosa ti sei portato dietro a fare la tavoletta di Toblerone "che da sostanza" se, al primo quadrello che ingozzi, ti viene un attacco di colite che solo a tirar giù tutto l'armamentario Anzi Besson, l'ultima volta, in casa e in condizioni ottimali senza vento, hai impiegato sette minuti escluse le lampo? E quel male bestia ai polpacci che non accenna a diminuire. Tiri fuori la canfora dallo zainetto Invicta. Vuoti la bottiglietta sui calzoni all'altezza dei muscoli. Scip... Scip... Scip... Il massaggio frenetico attraverso la stoffa si perde attutito tra gli alberi. Ti guardi intorno: Dersu è sparito insieme col lento calare del sole. Flap... Flap... flap... coraggio, che da qualche parte la neve ti porterà verso un'idea d'inciviltà. È già buio quando, il ghiaccio alle narici, le orecchie rosse di freddo, raggiungi l'immensità di un albergherie all'Alpe di Obereggen. "Piccolo Uomo delle Grandi Pianure essere molto stanco..."; "Dersu molto triste..."; "Dersu aver capito..."; "Dersu perso sci, perso se stesso in grande foresta"; "Dersu fame...". "Vass is dass?". Ti accasci davanti all'unico canederlo superstite. Di là un gruppo di bavaresi in gita sciolina gli attrezzi per il giorno dopo. Si alza uno sconosciuto coro di montagna. È pieno di acca. Dersu Uzala, il Piccolo Uomo delle Grandi Pianure, accovacciato in un angolo pulisce il fucile. Muto.

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