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La ventura di un bicchiere napoletano

di Ivan Della Mea su Smemoranda 1987 - L'avventura

Lui si svegliò - lui, non il bicchiere - all'alba. Un braccio lungo, secco e venoso afferrò il bicchiere, versò - fate voi, non acqua - e bevve. Ripose il bicchiere sul tavolo. Lui si alzò - lui, non il bicchiere -. Si vestì. Cose invernali. Ancora si versò un goccio. Lui uscì. Scese le scale piano. Scrutando i gradini con molta attenzione. Il sole lustro dell'inverno gli ridusse gli occhi a fessure acquose. Cercò riparo nell'ombra di un bar. Ordinò da bere. Dal borsello trasse un bicchiere: il suo. Lui, è molto affezionato al suo bicchiere: non che abbia alcunché di particolare; è un bel bicchiere solido, compatto, un bicchiere da un quarto direi, largo di bocca più stretto alla base; la trasparenza e il lucore potrebbero suggerire un'ipotesi cristallina: sì, forse è di cristallo e il bordo è come impreziosito da un filo appena ma discreto, elegante quasi, d'oro vero. Un bel bicchiere. Lui beve. Sorseggia, deliba, gusta, degusta. Con un fazzoletto di mussola finissima e bianca lui asciuga il suo bicchiere con gesti delicati, lenti, circolari, simili, se non identici, a quelli del sacerdote che asciughi il calice nel rito del sanctus per la transustanziazione. Ora, bicchiere e mussola vengono riposti nel borsello. Lui esce. Lo ritrovo in un altro bar: molto centrale, molto a à la page, davvero fine. All'ora degli aperitivi. Tra architetti arrivati, pubblicitari anglofoni e pittori in arrivo. Lui e il suo bicchiere. Il rito si compie più volte. Prima per un "Bellini", poi per un "Pantera rosa" e ancora per un più semplice prosecchino. I gesti sono sempre uguali; forse, col tempo che passa e gli spiriti che si anternano, appena più lenti, più studiati. Mâè accaduto, più volte, d'incontrarlo al bar Zucca di piazza del duomo e sempre quel suo giocare piano di bicchiere e di mussola mi ha affascinato e per quanto la mia curiosità fosse tesa a una conoscenza di lui, pure il suo rito ogni volta prevaricava su ogni mia più maligna e bonaria attenzione quasi che mi dicesse "non cercare altro di me perché in quello che vedi è tutta la storia mia: altro non c'è né da vedere né da capire. Contentati." Fatto si è che mi contentai per tanti, tutti, gl'incontri che ebbi con lui e col bicchiere suo e ancora adesso ho dentro, scrivendone, malia dei suoi gesti, di quel suo bere così costante e misurato, distaccato e professionale a un tempo e l'inarrivabile discrezione dell'eleganza sua. L'ultima volta che l'incontrai, non lui, ma essi e quindi lui, ma anche il bicchiere e anche il fazzoletto di mussola, fu una sera al bar Milano. Più volte lo vidi, solitario come soli si può essere in un bar affollato, compiere il rito solito tante volte per tante consumazioni fino ad averne convincimento che in tanto fare lui desse più senso e costrutto al contenitore che non al contenuto, così affettuoso era ogni volta, a consumazione consumata, ogni suo gesto per ridare col tocco lieve della mussola lucore e brillantezza al bicchiere come per restituirlo a una verginità cristallina da deflorare di bel nuovo e di bel nuovo ancora da ripristinare. E lui sorrideva solo di questo gioco suo e io ne ero affascinato. Poi l'ho perso. Ho perso lui, il bicchiere e il fazzoletto di mussola. Per avventura m'è accaduto di recente di recarmi in visita pietosa presso un cimitero metropolitano. Tra i tanti marmi e onici e alabastri e pietre della pietà più alla mano il caso della storia o la storia del caso ha voluto che m'imbattessi in una tomba austera come poche: una pietra d'onice liscia e tersa, un nome, un cognome, due date mediamente prossime e, in calce a sinistra, in apposito scavo, il bicchiere di questa fiaba col suo filo d'oro zecchino e il fazzoletto di mussola bianca finissima acconciato e come pronto per la bisogna cui da sempre era stato destinato. Accade a volte che non potendo contare la ventura dell'uomo, tocchi narrare l'avventura delle cose sue: di un bicchiere di cristallo con filo d'oro zecchino di un fazzoletto di mussola bianca finissima.

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