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Il posto delle fragole

di Maurizio Chierici su Smemoranda 1987 - L'avventura

Quando arrivo a Saida, l'antica Bidone, non riesco a capire dove sono. La città sembra arata e subito asfaltata con strade e prospettive diverse, come se il gioco fosse il sorprendere la memoria. Nella via principale si cerca di ricominciare la vita. Davanti a un edificio, dove è insediato rii comando israeliano, una folla di uomini aspetta di ricevere nuove carte d'identità. Vuoi dire essere interrogati e schedati. I militari non ne fanno mistero: se riescono a imbrigliare il Libano nella rete della loro vigilanza, il futuro si annuncia tranquillo. Timur Gorskei, l'ufficiale turco che fa da portavoce ai caschi blu dell'Onu, ascolta la spiegazione e pone una domanda: "Un esercito i occupazione può essere tranquillo?". L'israeliano sembra fiducioso. "Se facciamo le cose per bene, può..." Mi guardo attorno sperando di trovare una casa. Ma il quartiere dei pescatori è cancellato, la piazza asfaltata di fresco fa capire che è successo qualcosa. Il disegno delle strade, la chiesa, un cinema, i palazzi spariti, come le scene di cartapesta di un film girato in fretta. Voglio vedere se il gruppo di Paul Gauthier ha lasciato almeno una traccia. Anni fa ero venuto a Saida per farmi spiegare l'enigma palestinese da un europeo che vive qui da vent'anni, Gauthier, appunto. La sua ombra mi scivola tante volte tra le mani. Nel '68, in Israele. Aveva scelto di lavorare con i più poveri, naturalmente i musulmani: nel sogno tecnologico della nuova patria ebraica diventano gli esclusi. Le sue mani sottili di prete che poteva vestire porpore eleganti, animare conversazioni aristocratiche, quindi salire per logica destinazione le gerarchie della Chiesa; queste mani si induriscono e diventano le mani di un falegname mal pagato che lavora dieci ore al giorno. I suoi ritmi e la ricompensa si adeguano al trattamento degli operai arabi di Nazareth. Ha scelto di lasciare la Francia e di vivere in Israele per "capire". Ogni sua ipotesi di convivenza amorosa svanisce quando i soldati di Dayan vincono la guerra dei "sei giorni". Se ne va in Giordania. Ed è in Giordania che lo cerco nel famoso settembre 1970, dopo la battaglia di Amman tra gli uomini del re e quelli di Arafat. Non lo cerco solo io; col taccuino inseguo un mito cresciuto sui libri. Lo cercano i beduini di Hussein. Hanno da rimproverargli qualcosa. Di avere assistito nei campi profughi le famiglie palestinesi nei giorni degli scontri. Il professor Gauthier che fa lezione nella scuola di teologia più elegante del suo paese diventa una specie di pericolo pubblico. Me ne accorgo in quel settembre nero. Corro dietro ai passi di Gauthier in fuga verso il confine con la Siria. Arrivo a Hossun. Le case hanno la grazia di un villaggio libanese. Le donne portano il velo ottomano. Cerco un prete; vedo una chiesa. E poi un convento di suore cattoliche. La superiora è armena, ancora più pallida sotto la cuffia bianca. Prima delle parole, il caffè e i biscotti inglesi. Mentre intinge, mi mette in guardia. "Gauthier..." agita la mano per sottolineare la disapprovazione. "Vive con i musulmani. Non con la gente tranquilla, ma con quelli che non vogliono bene al re. La polizia lo è venuto a cercare... (la sua voce è un bisbiglio; fa tremare le briciole sul piatto). Uno scandalo... La polizia che cerca un prete! Avevo capito, era strano: mai vestito con .la tonaca, sempre da operaio, da fedayn, da senza Dio. Pensare che in Francia governava un seminario..." Quando scappa dalla Giordania, scappa anche dal suo passato, condividendo sino in fondo un'emarginazione prebista solo nei libri. Libri diventati famosi: La Chiesa dei poveri e il Concilio, pubblicato su richiesta di un vescovo e due cardinali che sono commossi per come Gauthier prepara lo schema del dibattito conciliare. L'incarico gli viene da Giovanni XXIII. L'impegno di Gauthier è talmente sconvolgente che nella prefazione di un altro saggio (Diario di Nazareth), Gerard Huyghe, vescovo di Arras, deve ammettere, commosso: "Provo un senso di vergogna se paragono la mia vita con quella di Gauthier". Lo cerco nel Libano qualche anno dopo. Gauthier coltiva fragole, mi dicono, in un campo che il napalm israeliano ogni tanto sconvolge. È la risposta a un'altra violenza. Dal campo scivolano i guerriglieri che attaccano le frontiere di Israele: ancora una volta si trova dalla parte di chi colpisce. Il campo dove lavora è quello di Sur Tyr, controllato dal Fronte di George Habbash, un campo di estremisti. Mi dirà più tardi: "Le loro donne e i loro bambini corrono più pericoli di qualsiasi altro palestinese. Sono dunque i più bisognosi: è giusto stare con loro". Attorno al campo ronde armate e, sotto un po' di foglie, postazioni antiaeree che si illudono di fermare il lampo dei Phantom di Israele. "Non conosco nessun Gauthier prete". È un giovane con la barba, e negli occhi un sospetto. Gli dico: "Cerco un Gauthier che coltiva fragole". Gli occhi scappano, non affrontano i miei. Lo assicuro: "Vengo come amico...". Allora fa un numero di telefono. Lo riprova; si arrabbia. "Le linee non funzionano. Colpa delle bombe. Questo è il numero della sua casa. Lo trovi a Saida. Per favore, non fargli del male. Non ha bisogno di guai... " Sono i palestinesi di Arafat a fare i vigili in città. A un crocevia vedo una chiesa. Entro e chiedo al prete di telefonare. "Cerca un amico?" "Cerco Paul Gauthier." Un'emozione infantile gli scalda la faccia. Scopre che Gauthier abita a due passi. "Ho studiato sui suoi libri. Non sapevo fosse qui.'Avrei potuto parlargli..." Gauthier mi viene a prendere perché è sera; c'è il coprifuoco: per chi non sa l'arabo è bene non andare per strada. Indossa un giaccone di nailon. I calzoni sono quelli di un contadino. Gonfi, larghi. Sembra ancora più magro. Un maglione risale la gola. I capelli, ormai bianchi e di, scendono sulla giacca. Il prete si emoziona: "La prego, si fermi a mangiare qualcosa". "Non posso... " la risposta di Gauthier è decisa. Pare che il fermarsi in canonica lo metta in imbarazzo: l'essere sospeso dalla messa deve farlo sentire fuori posto. "Venga almeno a chiacchierare, oppure mi lasci salire da lei. Ho tante cose da chiederle." Lâimpegno disperato per trattenerlo un momento di più fa tenerezza. Gauthier sembra non cogliere la trepidazione. "Ma io non ho niente da dirle." Lo seguo per i gradini che salgono cinque piani di una casa sopra le botteghe di frutta e di pesce; c'è un cinema da pochi soldi. In casa non è solo: vive con Thérèse, la suora che lavorava nella bottega di Nazareth. Sul pianerottolo si aprono altre porte: dietro abitano ragazzi di Parigi venuti a Saida per "lavorare con Gauthier". Una comune che ogni sera si mescola con i libanesi e i palestinesi dei campi. Vengono a parlare dei problemi sorti durante il giorno. Mancano i soldi per l'infermeria. Non ci sono viveri. Bisogna trovare vestiti. Gauthier tira fuori una lettera: l'Università americana di Beirut lo invita a una tavola rotonda: l'importanza delle divisioni religiose nel dramma del Libano. "Non volevo andare. Ma pagano 50 dollari. Ci servono." Mostrano giocattoli che sembrano papere d'acciaio. Piccole, piccole. Non le fabbricano per far ridere i bambini. Sono bombe che l'aviazione di Tel Aviv semina nei campi. Chi le raccoglie, salta in aria. Mangio con loro. Un po' di montone e riso. Thérèse tiene una bambina sulle ginocchia. La bambina casca dal sonno. La stende sul divano. La copre con una pelle di capra. Si continua a mangiare e discutere, tutti assieme. La bambina respira leggera e il parlare fitto non la scuote. Gauthier prepara il caffè. Ne rovescia un po': chiede scusa. Ripulisce con una spugna da cucina il tavolo macchiato e le scarpe degli ospiti. Parliamo fino a notte di tante cose. Voci chiare come lo sono le voci della speranza. Pare impossibile che oltre i vetri di questa cucina ogni giorno ricominci l'inferno. Quando gli israeliani hanno attraversato il confine e si sono messi a correre verso Beirut, Gauthier non se l'è sentita di scappare ancora: è tornato in Francia. Questa volta per sempre. Sta scrivendo un libro sugli anni passati in Libano. Il cinema, le botteghe, la cucina di Saida sono finiti sotto l'asfalto.

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