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Dea

di Michele Serra su Smemoranda 1987 - L'avventura

Una dea. Di nome e di fatto. Francese, che già a dirlo il cuore palpita con tutt'altra cadenza, come se l'accento sullâultima sillaba spostasse il baricentro sentimentale verso l'inevitabile conclusione dell'avventura. Bella da morirci dietro, ancora fresca e ragazza e veloce nonostante facesse niente per nascondere che era stata già di altri. Vista per strada, come in ogni avventura che si rispetti. Chiese informazioni ai negozianti, discretamente, quasi con indifferenza, che non si capisse che pur di averla ero disposto a tutto, che il prezzo del mio amore non dovesse lievitare per mia storditezza o ingenuità. Cosa volete, avevo vent'anni, sapevo niente della vita, e soprattutto guadagnavo talmente poco che la DOXA mi aveva avvertito di tenermi alla larga per non rovinargli la media dei sondaggi. "Guardi che per tirare avanti, con quella, ci vogliono soldi. E tanti. Guardi che se ne pentirà. È roba da riccchi." Mi avevano avvertito: ma l'unico risultato ottenuto era far lievitare pericolosamente la mia smania. Soldi, chi se ne frega dei soldi. Conta l'entusiasmo, contano le intenzioni, conta credere nelle proprie possibilità. Il corteggiamento fu brevissimo ed efficace. Portarla via a quell'altro, a quello che la portava in giro, fu molto facile: era un garagista ricco ma burino, uno che neanche si rendeva conto di quale perla rara avesse per le mani. Venne via con me in un mattino di maggio, e fu una dolcissima gita nell'Oltrepò pavese a tenere a battesimo il nostro amore. Era morbida e lieve come un sospiro nonostante la forza del temperamento. Silenziosa, capace di ascoltare strada facendo non solo le mie chiacchiere un po' da bauscia (l'ho già detto, avevo ventâanni), ma anche il più lieve e segreto fruscio della natura che assisteva al nostro orgoglioso e felice trascorrere. Poi iniziò il calvario. Chiedeva soldi, sempre soldi. Li chiedeva, per giunta, senza neppure una punta di quella volgarità interessata che ti mette subito in grado di dire di no. Beveva, soprattutto beveva. Restando perfettamente in posizione, senza uno scarto o unâincertezza nel portamento nobile e dolce. E io, come succede in queste faccende, gustavo al tempo stesso lâebbrezza dell'amore e quella della rovina. Pagavo,anche se non li avevo, pagavo. Non riuscivo a incazzarmi nemmeno quando mi abbandonava in mezzo alla strada, come un baccalà, perché non aveva la spia della riserva. Tutte così le Citroën, tutte senza spia della riserva, perché chiedere, si sa, è miseramente plebeo; meglio aspettare di ricevere senza doversi abbassare a manifestare i propri bisogni. (Negli ultimi anni le Citroën hanno tutte la spia della riserva, e i citroeniani autentici sono indignati). La mia DS (deésse: dea di nome e di fatto, ve l'avevo detto) con un litro faceva a malapena in tempo a uscire dal garage. Consumava come uno Shuttle. Poi, per giunta, aveva il coraggio di rompersi le palle: lei, non io, pensate che faccia tosta. Le palle delle sospensioni idropneumatiche, quelle maledette sfere verdi così amatodiate da tutti i citroeniani, che ogni tanto si inceppano e si sfiatano e si bloccano e la macchina diventa, di colpo, rigida come un tram, sprofondandoti nella più nera disperazione. E la benzina costava, e le palle costavano, e costavano le pastiglie dei freni che si consumavano ogni cento metri perché la dea pesava da maledetti, fermarla era un affare tremendo per qualsiasi razza di ferodo. L'adoravo lo stesso, anche se mi spremeva come un limone. L'adoravo perché adoravo tutti i suoi difetti, le sospensioni così divinamente morbide e insieme così vulnerabili, la passione per le soste impreviste causa-mancanza-spia-riserva, lo strabismo di Venere unico al mondo tra le automobili, causato dai fari che grazie a un complicato (e fragile, naturalmente) macchinismo potevano ruotare a destra e a sinistra a seconda dell'angolo di sterzo, e se ne rimanevano assai spesso girati uno di qua e una di là come gli occhi di Marty Feldman. L'adoravo perché, come me, era nata nel '54. Perché nel volante a una sola razza c'era (leggenda o realtà?) lo zampino di Lecorbusier. Perché era esposta al Museo d'Arte Moderna di New York. Perché Roland Barthes le aveva dedicato un saggio. Perché era la Deésse, la dea, la più bella automobile mai costruita. Me l'ha portata via un ladro, in una notte qualunque, una notte che lei passava in strada, come tutte le puttane di questo mondo. Ancora oggi la sogno. Un giorno tornerà da me, vecchissima, strabica, zoppicando sulle sospensioni artritiche. La curerò con infinito amore, dovesse anche costarmi fino all'ultimo centesimo.  

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