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Si fa presto a dire avventura

di Paolo Guzzanti su Smemoranda 1987 - L'avventura

L'avventura? Si fa presto a dire avventura. Anzi, gli inviati speciali, questa razza di fanfaroni, fanno prestissimo: quella volta che stavano per fucilarmi, quella volta che restammo nella foresta assediati dagli indios, quella volta che la raffica di mitra tagliò in due il mio tassista. Imbroglioni? Ma sì, affettuosamente imbroglioni. Perché gli inviati speciali sono "reduci" nati e fanno del reducismo (facciamo: anch'io sono membro della congrega) una loro piccola, affettuosa bandiera. D'altra parte ogni tanto muoiono, ogni tanto vengono tartassati, spaventati, arrestati, schiaffeggiati. E siamo gente paziente, torniamo in albergo la sera mentre fuori, nel centro di Beirut, i drusi si mitragliano con gli sciiti, gli sciiti fanno fuori i palestinesi, i palestinesi prendono a katiusciate gli israeliani i quali passano a volo radente mitragliando i fondamentalisti islamici che si sono accasati sulla Bekaa, fra le rovine di Bealbek. Uno sta a tavola e sente le cannonate. Lontane. Un rombo come se stesse per piovere. E diligente scrive: qui è l'inferno, le batterie non danno tregua. A mille metri, sulla Hamra, la strada principale dove la mattina si fa un po' di shopping, senti il tric-trac del mitra. Accendi la radio locale che dice tre morti a via tal dei tali. L'inviato chiede un'aragosta, si informa sulla temperatura del vino, accende una sigaretta e tira fuori il notes: qui è l'inferno, le mitragliatrici battono la strada e noi siamo asserragliati nel nostro alloggio. Il cameriere viene e chiede: va bene ne des blanc? Ma sì, va bene. E bang! crolla la vetrata all'ingresso, crac!, cade la porta dell'androne, entra una puzza di cordite e tutte le tovaglie sono volate sul muro. Entra un miliziano con in braccio un fucile mitragliatore più grande di lui: lui avrà undici anni e tu lo guardi: gli sarò simpatico o antipatico? Avrà qualcosa contro i bevitori di vino? Il ragazzo cammina portandosi dietro un nastro di pallottole che sbatacchia contro le sedie. Il cameriere ha schizzi di sangue e di sugo sulla giacca. Il ragazzo lo prende per un braccio e lo porta via. Era lui che volevano, il nostro povero Jaques. Non lo rivedremo più. Fuori passano camionette piene di giovanotti che scandiscono slogan in arabo. Lâavventura? Beirut va benissimo per l'avventura. Una volta ci dicono di partire per il Libano. Si davano botte da orbi e c'era stata la grande battaglia: gli sciiti avevano conquistato la città. Voli sospesi. Arrivammo a Larnaca, Cipro, in una notte di tempesta. Affittammo una nave e salimmo in duecento. Operatori giapponesi, americani, cinesi, cronisti di Vogherà e di Copenaghen. Giornalisti vecchi e giovani, accidiosi, noiosi, coraggiosi, stupidi, intelligenti, di tutte le razze e di tutti i colori Salimmo sulla nave. Ma ci accorgemmo subito che era un battello ridicolo: ai bei tempi era stato un vaporetto della linea Napoli-Capri-Ischia. Ancora con le scritte e le cartine del golfo di Napoli. Con quello avremmo dovuto affrontare un mare in tempesta e raggiungere Beirut fiammeggiante. La radio libanese ci informava dei combattimenti strada per strada, le onde erano altissime, ci sembrava di indovinare all'orizzonte le fiamme della guerra. Salpammo. Passammo una notte di orrore. Soltanto alcuni di noi si resero conto che alla vista di Beirut il comandante, un negro che parlava spagnolo, aveva invertito la rotta. Disse che era per il mare, ma ci sembrò un pretesto. Tornammo a Larnaca all'alba, là da dove eravamo partiti. Le autorità del porto non ci permisero di attraccare: il porto non apre prima delle sei ed erano le quattro di una mattina cupa, infernale nella mareggiata. Dovemmo restare in mezzo al mare, aspettando. Finalmente ci permisero di scendere. Barcollavamo. Eravamo distrutti e infelici: era stato un tormento inutile. Ci accampammo all'hotel "Four Lanterns", le quattro lanterne: un vecchio, glorioso albergo liberty-coloniale, pieno di scarafaggi, con le lenzuola talmente gelide da sembrare bagnate, o forse erano davvero bagnate. Mangiammo male. Ci sdraiammo tutti senza svestirci e senza disfare i bagagli. Uno di noi urlò qualcosa dalla strada. Ci affacciammo: c'è un aereo speciale che va a Beirut: porta medicinali e va a prendere uno sceicco ferito. Come furie saltammo sui taxi. Alcuni dei nostri colleghi erano andati incautamente in trattoria: li cercammo vanamente e furono abbandonati. Saltammo su quel grosso Boeing della "Middle East Airlines" con l'insegna del cedro del Libano. Decollo. Tutto bene. Ecco Beirut. Ecco gli sbuffi delle cannonate. Si scende: fuori i flappy, rolla, grossa bagnarola, ecco gli sciiti che sparano, polvere. In cielo, lo sapemmo dopo, quattro caccia americani avevano protetto il nostro atterraggio. Il nostro aereo appena toccata terra si andò a nascondere dietro un hangar. Per farci atterrare era stata concessa una tregua di un quarto d'ora. Mentre scaricavamo i bagagli riprese a tuonare il cannone e l'aria si riempì del tric-trac delle armi leggere. In quattro affittammo un pulimmo per arrivare in città. Alle porte dell'abitato una pattuglia di sciiti ci fermò. Non si è mai capito che intenzioni avessero; credo che discutessero sequestrarci, fucilarci, trattenerci, proteggerci o farci proseguire. Uno di noi, un collega napoletano, disse: "Adesso ci parlo io. Vado dal loro capo e gli spiego: noi siamo qui per narrare le vostre gesta. Ma come possiamo narrare le vostre gesta se non ci fate arrivare in albergo, dove ci aspetta una macchina da scrivere e un telefono?". Per strada ardeva un falò. Le giovani guardie adolescenti ci spianavano sotto il naso fucili mitragliatori, mitragliatrici da campo, kalashnikov, pistole, tutto. Erano molto fieri di essere pericolosi. Noi stavamo seduti immobili nel pullmino fermo. Era sera. Il cannone, naturalmente, rombava in lontananza. Il nostro collega che aveva preparato il suo fervorino si alzò e, levando un dito come uno studente che chiedesse di uscire, disse: "Please...". Una delle guardie gli dette uno spintone e gli appoggiò la canna del mitra fra il naso e i denti: "Sit down!" urlò come un ossesso. Cercammo di convincere il nostro collega che non era il caso di insistere. Come Dio volle (insc'Allah) ci dissero: potete andare. Andammo: La città era uno schifo. Ma allegra e viva, malgrado i cadaveri e la polvere. Allâangolo della Hamra, vendevano lo shishkebab. In albergo il capo degli sciiti ci mandò a chiamare e ci ricevette: avete fatto buon viaggio? Ottimo rispondemmo. E cominciò l'intervista.  

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