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Il grigio di una realtà grigia

di Umberto Gay su Smemoranda 1987 - L'avventura

D'inverno era peggio. L'odore della camera di sicurezza si sentiva a metri di distanza. Stavano lì stipati, a volte sdraiati a terra e il freddo non permetteva di aprire le finestre per cambiare l'aria. Giovani tossici, dalle mani tremanti e le gocce di sudore freddo sul volto, vecchi borseggiatori senza più la destrezza di un tempo, il fare fiero ma sotto sotto l'umiliazione di essere stati pizzicati. Irrequieti visi di rapinatori dai tratti di adolescente per necessità crudele, accanto a uomini di colore o a biondi glabri di ceppo slavo. Il popolo delle questure, quello non in divisa, sempre numeroso, sempre maltrattato. Nonostante gli anni di servizio alle spalle, il cronista di Radio Tiritera non ci aveva ancora fatto l'abitudine. Gli altri lo schernivano "ecco quello che giustifica sempre tutti", gli dicevano col sorriso sulle labbra. Altri, come quello del Giornale della Sera, più cattivi, più sprezzanti. "Anche la nera a radio Tiritera", il cronista ricordava ancora lo slogan, di tanti anni prima, quando era stato deciso il grande salto nell'avventura metropolitana. Gangsters, puttane, bari e rapinatori, truffe, rapine, sequestri, scippi e omicidi, quello sarebbe stato il suo pane da quel giorno in avanti. Altro che Survival: la giungla metropolitana avrebbe offerto molto di più. Invece no. Nel giro di poco il grigio di una grigia realtà lo stringeva alla gola, fino a soffocarlo. Reati e nefandezze allâordine del giorno: ma "L'avventura" molto meno affascinante del previsto. Tutto era ridotto alla più stretta burocrazia: un numero la vecchietta lanciatasi dal 6¡ piano, un numero la donna picchiata e stuprata (e poi il rosario dei commenti di colleghi e poliziotti), un numero lo spacciatore ucciso a pistolettate da un altro spacciatore, un numero quella ragazza con i grandi occhi spalancati e la siringa piantata nella vena. Tutto diventava velina, e ricostruzione in puro "questurese". I giornalisti, solerti, ricopiavano. Il massimo dell'avventura, le interminabili discussioni in sala stampa. La prima, clamorosa, quando il cronista aveva scoperto che la maggior parte degli arresti comunicati ufficialmente erano stati in realtà effettuati parecchi giorni prima. Come nel periodo dei blitz contro le Brigate Rosse. Per giorni, a volte settimane, i nomi degli arrestati venivano tenuti nascosti. Non di rado la digos negava persine l'operazione in corso. Ciò che strabiliava il cronista è che gli altri giornalisti erano a conoscenza dei tempi veri del blitz e tacevano. Senza problemi: "Non possiamo ostacolare le indagini - dicevano - e se poi qualcuno scappa?" L'abitudine aveva preso piede ed era diventata pratica corrente anche per le operazioni "comuni". La lite era stata furibonda: "il nostro mestiere è informare quando le cose avvengono - sosteneva il cronista - non con i tempi del questore"; gli altri scuotevano la testa e si davano di gomito. Anche il collega della Verità, l'organo del più importante partito della sinistra, scuoteva la testa in silenzio: l'emergenza era l'emergenza, vivaddio! Radio Tiritera aveva finito per impantanarsi nel tran-tran "questurese". Magari un po' diverso il linguaggio, più attenta la selezione delle notizie. Un giorno il cronista riesce anche ad entrare di soppiatto nella stanza dove erano stati portati due giovani rapinatori. Vede i poliziotti riempire di botte i due ragazzi. Radio Tiritera denuncia il fatto: ma tutto si ferma lì. Poi la quotidianità più disarmante, esasperata dall'installazione del computer in sala stampa, utilizzato per archiviare nomi, e dati di delinquenti e brillanti operazioni di polizia. Ma quella sera gli occhi bruciavano per la stanchezza e il cuore batteva forte. La mattina era successo il fattaccio. Si era notata una strana agitazione nel cortile della questura e dalle finestre del secondo piano negli uffici dove abitualmente avvenivano gli interrogatori. Si parlava del malore di un giovane arrestato per rapina, di un attacco di cuore. Il ragazzo era stato preso dopo una tentata rapina ad una banca, all'apertura degli sportelli. I suoi complici erano riusciti a fuggire con un centinaio di milioni. La caccia era aperta ma il ragazzo non sembrava collaborare. Si sentono anche delle urla provenire dagli uffici. Poi il silenzio, gente che corre avanti indietro, un giovane poliziotto di leva con gli occhi rossi. Il funzionario si mostra addolorato davanti ai giornalisti e racconta come il ragazzo arrestato abbia iniziato a respirare con difficoltà fino a morirne in pochi minuti. I giornalisti annotano e poi corrono a telefonare la notizia alle redazioni. Ma al cronista i conti non tornano. Gli era capitato in altri casi, ma poi, soprattutto negli ultimi tempi, aveva finito sempre per accantonare i suoi dubbi. Questa volta non ci riusciva proprio. La mattina presto l'aveva incontrato nel corridoio, il giovane rapinatore. Occhi disperati, spaventati, mani ammanettate dietro la schiena, qualche segno rosso sulla faccia. Uno sguardo lungo come un respiro, quasi uno scambio di sensazioni. I dubbi non se ne andavano: "Ma come, un ragazzo così robusto... un malore improvviso...". Nel corso della giornata i sospetti trovavano via via fondamento. Sguardi imbarazzati dei poliziotti che avevano condotto l'interrogatorio; il collega del Giornale della Sera che si chiude in cabina per telefonare ai suoi capi. Poi il bar, per uno dei tanti caffè. Dietro al paravento di legno il poliziotto che la mattina aveva pianto sta telefonando alla fidanzata. Più che un racconto, una confessione. Il poliziotto quasi singhiozzando parla di botte, violenze, di una testa sbattuta contro il muro. Della morte del giovane rapinatore. Il cronista accende il registratore e tutto il racconto va in onda nel notiziario di Radio Tiritera. Ne parla con i colleghi; prima increduli, poi interessati, che alla fine gli assicurano che anche loro pubblicheranno la notizia. Adesso la mezzanotte è passata. Il cronista aspetta le prime copie dei quotidiani all'edicola notturna. Le mani gelate, una sottile angoscia che si gonfia in paura con il passare dei minuti. Ecco le copie fresche del Giornale della Sera. In fretta alle pagine cittadine... la notizia non c'è... no, anzi, eccola "Giovane fermato muore in Questura per malore". Il titolo lo colpisce come una coltellata, la paura. Una mano fredda che stringe alla gola. Adesso l'avventura ha davvero inizio. Domattina, fra poche ore, al momento di tornare in questura.

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