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Amore e morte

di Antonio Lubrano su Smemoranda 1986 - Amore

Esistono ancora? E chi lo sa, personalmente non metterei la mano sul fuoco, Muzio Scevola è come la mamma: ce n'é uno solo. Giuro che le ho viste e ammirate con questi miei occhi nei lontani Anni Cinquanta a Napoli. Le macchine "amore e morte": si chiamavano così. Automobili sontuose, solenni, enormi, ma non esagerate come certi macchinoni americani che circolavano a quella stessa epoca, no. Erano giuste invece, sia per lo spazio che mettevano a disposizione sia per l'eleganza delle rifiniture. Le fabbricava la Lancia, questo me lo ricordo abbastanza bene, erano a otto posti (due divani ribaltabili) più quello dell'autista che guidava protetto da un vetro alle spalle. il tetto apribile, naturalmente. Anzi, quando la capate scompariva era già quello uno spettacolo. Almeno nella mia città, dove un punto esclamativo fa spettacolo. Ho bene impresso nella memoria il mio primo impatto con le macchine "amore e morte". Abitavo all'ultimo piano di un palazzo fatiscente del vicolo San Liborio, ossia nel cuore della città. Basti pensare che i palazzi davanti al mio davano su via Toledo. E in un'alba di settembre dal fondo del vicolo sale uno strimpellìo di chitarre e mandolini, più consono a un ristorante a mare che quell'ora di sonno buono (le quattro del mattino). Mi sveglio e mi affaccio: giù, in una luce già sfavillante, una di queste vetture addobbate con ghirlande di ciclamini ferma davanti a un basso. Accanto alla macchina tre suonatori, la classica "posteggia", un mandolinista e due chitarristi. Alla fine della serata si aprono come in una scena teatrale Contemporaneamente le porte di quattro bassi. Ed escono quattro coppie vestite tutte allo stesso modo, di una stoffa del medesimo colore dei fiori che inghirlandano l'automobile. Salgono, si accomodano e l'autista mette in moto mentre la "posteggia" riprende la musica. Seppi così che quello al quale avevo assistito era un rito che si ripeteva invariabilmente ogni anno a settembre. Squillanti di colori e di suoni queste automobili a otto posti partivano alla volta del Santuario della Madonna Nera, in Irpinia. Anche la terra di De Mito - infatti - può vantare una Cestokova. L'effige che si venera nella chiesa di Montevergine, a pochi chilometri da Avelline, si chiama appunto Madonna Nera, proprio come quella più celebre della Polonia. E il pellegrinaggio, allora, era l'impiego principale di quelle straordinarie vetture. E dunque perché "amore e morte"? Tanto per cominciare, il pellegrinaggio per i credenti è un atto di fede e quindi di amore. Ma la ragione vera è che queste Lancia venivano noleggiate dalle famiglie napoletane in due occasioni specifiche: i matrimoni e i funerali. Nel primo caso le macchine "amore e morte" accompagnavano gli sposi o gli invitati dalle loro case alla chiesa dove si sarebbe svolta la cerimonia; nel secondo caso i parenti in lacrime, dal luogo convenuto per lo scioglimento del corteo funebre fino al cimitero. Amore e morte: era come dire una macchina per la vita. 

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