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oggi voglio

Un amore possibile

di Fabio Santini su Smemoranda 1986 - Amore

La macchina parcheggiata alla bell'è meglio in Corso Vittorio Emanuele. La gonna stretta le si schiude lasciando intravedere le curve sinuose delle gambe. La camicetta stringe i seni rotondi e sodi come due meloni. Lo sguardo non è per nulla rassicurante: malandrino e impenetrabile. Gli occhi sembrano diamanti blu pronti a tagliare il vetro. Lui non la conosce. L'ha sentita un paio di volte per telefono. Gli è parsa indifferente e lontana. Non se lo aspettava, ma un giorno è lei a lanciare la proposta. "Vediamoci in centro. Ho due ore di sosta a mezzogiorno." Si incontrano in una giornata afosa. Milano è già semideserta nel caldo di ferragosto. Qualche auto, motorini che sfrecciano in Corso Europa, gente che cammina distratta, le saracinesche dei negozi abbassate, qualche turista straniero. "Sei sposata?", esordisce lui all'improvviso. "Che cambia se lo sono oppure no?", dice lei con fare quasi strafottente e infastidito. Il ghiaccio è rotto nel peggiore dei modi, ma è rotto. "E tu?", fa lei, dopo qualche attimo di silenzio, ammiccando un timido sorriso. "No. Chi, io? Nelle mie condizioni!" Questa battuta gli viene spesso, perlomeno nei momenti migliori. Si sente meglio adesso e già la sente sua. Per lui le mezze misure non esistono mai. Se una donna dice di no, inutile tentare. Se gli fa un sorriso, pensa che di lì poco se la porta a letto. Qualche minuto più tardi si siedono al Bar del parco. Un cocktail di frutta, spruzzato di gelato alla fragola, l'ombrellino variopinto che fa capolino su quella montagna di refrigerio. "Cosa fai?", dice lei con sguardo curioso. "Lavoro in un giornale. Sono inviato speciale, mi occupo di musica." "Ah, che bello! chissà com'è interessante il tuo lavoro!" Lui fa buon viso a cattiva sorte. Questa domanda se la sente fare quasi sempre quando dichiara la sua professione. E il seguito non è più edificante. "In che giornale lavori?" "A Sorrisi e Canzoni." Lo sguardo di lei si incupisce, da incuriosito assume un tratto di superiorità ai limiti della compassione. "E ti piace stare in quel giornale lì?" "Certo che mi piace. Mi ci trovo bene, mi realizza professionalmente." Non aggiunge altro. Tanto, pensa, a che serve? Passeggiano nel parco. Lui acquista un cono di lupini e glielo offre. Convenzionale finché si vuole ma a lei quella premurosità appena abbozzata, quello strano impercettibile romanticismo gestuale, piace. Ora sta bene pure lei. Si sente a suo agio, passeggiare nei sentieri del grande parco, osservare i bimbi sudare sulle bici alla "E.T.", i barboni adagiarsi stancamente sulle panchine incise da geroglifici d'amore ginnasiale. Si lasciano poco dopo. Lui deve tornare al giornale, lei scomparire nel mistero da cui è piombata. "Ci vediamo domani", dice lui salutandola e accarezzandole i lunghi capelli castani. Lei non gli risponde. Si siede in macchina e si fa ingoiare dall'asfalto riarso dalla calura. Per lui ora è un'ossessione, ma non le telefona. Lo fa lei, di nuovo, dopo dieci giorni. Escono a cena e fanno l'amore. Lo eccita questa avventura, lo eccita il mistero, lo eccita lo sguardo di quella donna di cui non sa nulla e alla quale lui non vuole chiedere nulla. Dopo, detergono i corpi sudati sotto una doccia quasi gelata. Quella situazione gli sembra un affresco di sogno. Ascoltano musica tenendosi per mano. Non si scambiano che sguardi e lunghi baci. Lei se ne va a notte fonda. Non la vedrà più. Ha vissuto un amore possibile. E non se ne è accorto. 

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