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Cunny

di Gaio Fratini su Smemoranda 1986 - Amore

Lo vedi che ho i millenni contati, che nox est perpetua una dormienda, che sono interrogato sull'amore, prima del colpo di grazia. Non bruciare le mie lettere, Cunny! Aspetta che me ne vada e allora con tuo marito portale a Rizzoli. Saranno la vostra seconda casa, Cunny! E ricordalo: il diavolo fa le mentule ma non i coperchi. Che si sappia, finalmente! T'ho offerto fino a un milione per riaverle, ma tu ne volevi dieci, pappone. E intanto lui, il marchese di Parrano, s'appropriava dei miei versi e andavate insieme a recitarli a pastorelle sarde emigrate in Umbria, tra Orvieto e Todi, all'ombra del brigatismo in fiore. Erano le mie rime la vostra neve più scintillante e sottile. Ne facevate spaccio, mercimonio, tradizione orale. A Città della Pieve avete persino aperto un locale con i miei settenari incrociati. Con la scusa che Galeotto fu il verso e chi lo scrisse, voi tutte le notti a mimare un mio ancora clandestino nonsense che s'intitola "La vendetta del Foscolo". Non ritenermi, Cunny, un folle alla Delfini! Ma quando tu, al Porto Corsini, vendesti il tuo montaliano amuleto (un lussureggiante "topo bianco d'avorio") a un capitano di ventura, io per la disperazione mi detti alle fotocopie. Dunque, ascolta bene: al lume delle varianti estreme, eccolo l'autentico champagne 1986 da stappare per San Silvestre: "Quando un poeta etrusco / ti violenta in un chiosco / giunga tra il lusco e il brusco / a vendicarti il Foscolo. / Col fiasco del Lambrusca / sodomizzi quel losco, / ti dica: "Non conosco / piacere più corrusco". / Così tra lieti oroscopi / e dorati crepuscoli / lenirai guardiaboschi / dai rilucenti muscoli". Se c'è, Cunny, ancora uno scandalo da osare, questo è l'epigramma casual e tout le reste c'est de la pornograpnie. Quel tuo sindacalistico rapporto solo con becchini simil-Shakespeare non mi commuove affatto. E poi, dimmi, cosa c'è di nuovo nel linguaggio dell'adescamento o nella luce rossa del telefono? Dove sono le metafore? L'immaginazione? Il meraviglioso quotidiano sognato da Michaux e compagni surrealisti? L'amore è un atto che si può riprodurre all'infinito, dice Jarry nell'attacco del "Supermaschio". Credimi, Cunny, mio dolce diminutivo di Cunnus, dai tempi di Lesbia e di Catullo: l'amore è infinito almeno quanto è infinito il tennis mentale che si gioca "dopo" la partita. Il ricordo dell'amore? No, il ricordo non mi piace. È cornuto. Fa di Proust un soldatino travestito da vantane, come nel miglior Plauto di Luigi Almirante, quello che vidi all'anfiteatro di Gubbio, insieme a te, ai giorni del nostro comune ginnasio. Ma allora, come per i Baci Perugina, se non è ricordo che amore è? Te lo spiego subito, Cunny. L'oscuro oggetto del desiderio si va mutando in doccia dopo la partita, ammesso che tu sia convinta che una partita di tennis val bene una messa nera. Ho dentro cassetto una fotocopia illuminante, una poesia d'amore supremo e che si chiama "Avendo perso": "Se il tepore infinito d'una doccia / levigherà il mio cuore a fine di partita / e col passo più lieve, la cravatta di fiamma, / giungendo alla tua porta mi diranno / che tu sei appena uscita, / mi siederò per attenderti al bar / di sotto, ma tranquillo e fresco come un albero / che ha preso tanta pioggia. / Dovremmo amarci in silenzio, così, /come incantati alberi /che da un giardino all'altro/con nomi e grida di fanciulli si chiamano. / Amarci saggiamente / senza più scatti, fughe, nevralgie... / Con la mente fermando l'orologio / dalle cifre romane sull'ermo campanile". Ma attenta, gloriosa mignottona dell'avanguardismo sessuale più storico: io non t'identifico nel fellinismo a mezz'aria tra adolescenza e postribolo. Ho avuto sempre orrore della donna ideale e inaccessibile che i geniali seminaristi d'Italia non la smettono mai di sognare. Non vorrei sbagliarmi, invitta porcona di una Cunny, ma come ti scrissi migliaia di anni luce fa "amore è quando / dormo vestito accanto al telefono / in attesa di uno squillo paradisiaco / che adesso irradia nella mia stanza / un orto pieno di mele da mordere. / Correre per tutta Roma, andare / incontro alla tua voce / col mio fiato che appanna il fischietto dei vigili / e fa nelle vetrine dei gioiellieri socchiudere / gli occhi ai sapienti gatti siamesi. / E proprio sul punto che tu mi saluti dicendo: / "Vediamoci alla Cosina Valadier domani... / sì, a mezzogiorno preciso, va bene?" / io ti muto d'incanto in una antilope / che il vecchio ruggente leone / della Metro Goldwyng Mayer divora". Sì, Cunny, il nostro domani è scritto in quella infinita corsa ammazza-telefono di Buster Keaton in Cameramen.

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