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Tao!

di Giorgio Frasca Polara su Smemoranda 1986 - Amore

Cara Giulia, Maria Gemma mi chiede di far sapere qualcosa di te (e ai i lettori di me) a "Smemoranda". Diciamo allora per prima cosa che papà e mamma hanno aspettato di essere quasi vecchi per farti venire al mondo.
Tutto cominciò quel 25 aprile, quando fosti concepita. Anziché "liberarci", quel giorno diventammo prigionieri: tuoi. La seconda cosa: malgrado il tuo titolo di "figlia naturale" dovresti essere fortunata, nella vita. Sei nata non solo di venerdì (questo te l'avevo raccomandato caldamente, per ragioni di lavoro), non solo di 13, ma anche di culo. E che pazienza, ma anche quanta determinazione, da parte di quella teutona di tua madre, nel farti nascere senza il cesareo. Io credo di avere assolto abbastanza bene, per dodici ore di travaglio e poi in sala parto, il mio dovere di compagno e di padre (insomma, dopo la galleria del Sempione uno dei pochi esempi di fruttuosa collaborazione italo-svizzera). Certo, partecipare alla tua nascita non è stato facile. Il medico aveva detto: "se lui sviene, non muovo un dito: ho altro da fare". Gli infermieri, dandomi un camice verdino, mi avevano intimato di non muovermi: dietro tua madre, non un passo. E sono rimasto abbastanza tranquillo, sino al momento in cui non era spuntato fuori, rosso come un peperone, il tuo sedere. Allora, un po' la curiosità di vedere se eri maschio o femmina (all'ecografia eri stata molto pudica), un po' l'allentamento della tensione, con un paio di gomitate mi sono piazzato a fianco del medico. Ma ecco, proprio in quel momento, il panico: lui che era stato così paziente e per nulla tentato di risolvere sbrigativamente le cose con un bel taglio, ti ha afferrato dorso e collo per tirar via di lì dentro la tua testa. Per un attimo ho sentito una violenza terribile. Ma quando sei finalmente "venuta alla luce", con quel faccino roseo (tutta la congestione l'aveva vissuta il culo...), tutto è passato, ti ho preso quasi subito in braccio e dopo un po' ti ho consegnato a tua madre. Ormai era giusto che fosse lei a coccolarti. Più tardi è venuto il momento in cui stabilire tra noi due un rapporto diretto. Ecco un'altra cosa da raccontare, insieme alle reazioni che quel nostro stare insieme provocò. Tutto è successo quando tua madre stava male, la classica depressione post-parto. Allora, anche per sollevarla un poco, appena potevo me ne stavo con te. Il ricordo più intenso, bellissimo, è di nostre passeggiate nel primo pomeriggio del sabato e della domenica. Faceva molto freddo, ti sistemavo nel marsupio (e tu ti addormentavi sul mio petto) e ce ne andavamo a spasso: Portico d'Ottavia, via del Gesù, il Collegio Romano, Sant'Ignazio, il Pantheon... Inutile dirti l'orgoglio con cui ti portavo a spasso e speravo di incontrare gli amici. Ma c'era anche dell'altro. Credo che nell'uso del marsupio ci fosse un'inconscia vendetta nei confronti di tua madre: come lei ti aveva tenuto in pancia nove mesi, così ora ero io a desiderare di tenerti almeno sopra la pancia. Questo mio voler essere un po' mamma spiega forse le reazioni di stupore che provocava in qualcuno l'ostentazione che facevo di te. E chi non stupiva dirigeva lo sguardo altrove, con finta indifferenza. Potremmo continuare a lungo, evvero Giulia?, ma non è il caso: tutti i padri (soprattutto quelli che potrebbero essere nonni) credono di vivere un'esperienza eccezionale. E invece è solo amore. Allora diciamo a tutti: tao, che sarebbe il tuo modo di dire ciao, la tua prima parola.
Papà

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