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Rosso e verde

di Ivan Della Mea su Smemoranda 1986 - Amore

Tempo fa un'amica dolce e buona per libertà sua e per affetto comune ci regalò un ficus benjamin, pianta da vaso e da casa, generosa di foglie, delicata per vita e immagine. Gli si fece posto presso una finestra mai troppo assolata né ombreggiata affinché potesse usufruire e godere della luce giusta che, per queste piante gentili e discrete, ha da essere, per l'appunto, gentile e discreta. Curata con l'affetto dovuto alle cose care di famiglia, irrorata, lustrata foglia per foglia alla bisogna, vitaminizzata, confortata da lunghe conversazioni amicali, confidenze domestiche di varia cultura, che mia moglie soleva e suole intrattenere con lei, Beniamina crebbe e cresce rendendo, col suo rigoglio di foglio e il suo verde presente, tutto intero l'affetto di cui letteralmente si nutre. Io non so di botanica e tanto meno di floricoltura, mi contentavo e mi contento della sua presenza viva e cara che rende allâangolo a lei destinato una grazia saputa e ormai irrinunciabile. Mi angustiava a volte, nei giorni delle assenze per il lavoro di mia moglie, per il mio lavoro e per l'impegno scolastico di mio figlio, il saperla sola, la nostra Beniamina, nel suo canto fermo, con la sua luce tenue appena più segnata e come persa nel silenzio e nella diffusa penombra della casa chiusa Poi, tempo fa, avvenne che un'altra amica dolce e buona per vezzo suo e per affetto comune ci regalò un pesce rosso, Pippo, con tanto di vaschetta azzurra e cibo acconcio. Venne spontaneo allogare Pippo vicino a Beniamino col recondito e certo inconscio desiderio che la vicinanza diventasse, superato il tempo primo della conoscenza, amicizia o quanto meno solidale compagnia reciproca. Questo, in certa misura, ci affrancava da quella sottile malinconia, piccolo ricatto affettivo, che ci coglieva quando gli impegni di lavoro o le incombenze di vita ci costringevano a lasciare sola la beneamata Beniamina. Certo nessuno di noi, umani, viventi e coabitanti, presumeva quale possibile sodalizio potesse instaurarsi tra il pesce-Pippo e la pianta-Beniamina: ci si augurava soltanto che questo avvenisse, lasciando a loro la più ampia libertà di scelta sulle modalità d'incontro e di rapporto. Di più, a noi umani, non era dato sperare. Buona parte del mio lavoro, per arte e per pagnotta - più la seconda che la prima - si svolge in casa dove con solerte allegria e con astio doveroso sbatacchio alla grande i tasti grigi di una Olivetti 82, prima testimone dei miei estri dattiloscritti e vittima imbelle delle mie rabbie percussive. Trascorro così ore solitarie rincorrendo le mie farneticazioni e cercando di non forzare più che tanto la prassi dell'opportuno allineamento di soggetto predicato verbale e complemento oggetto. Le mie pause digitali coincidono quindi col grande silenzio della casa ancora più silenzioso e documentato dai rumori piccini di scrosci lontani, di sciacquoni viciniori, di tarli operosi, di assiti in assestamento, di caloriferi borbottanti: su tutto e tutti, come basso bordone e improbabile pedale di tanta armonia dissonante, il ronzio del frigorifero. Pure, da qualche tempo, altri suoni, diversi, mi è parso di cogliere tra quelli saputi sicuri e rassicuranti. Non saprei definirli. Un po' perplesso, ho cercato invano di scoprirne la fonte, l'origine, la scaturigine. Consuetudine vuole, che a sera, dopo cena, mio figlio Pietro fornisca Pippo della sua giusta dose di cibo: miscellanea mefitica, aringolente, di alghe secche, vitamine liofilizzate e proteine su cui Pippo si avventa con allegra voracità e pervicace gradimento. Accade a volte che Pietro si dimentichi e così mia moglie e così io stesso. È successo, giorni or sono, e me ne sono accorto solo il mattino successivo: Pippo nuoticchiava tondo tondo, senza guizzi né giochi, con una sorta di abulìa rassegnata; di quando in quando protendeva i labbrucci verso l'alto cercando invano la presenza assente della sua gioia dimenticata. Immediatamente sono accorso. Ho tolto il coperchio del suo piccolo acquario e mentre mi accingevo, con dovizia e generosità pari al senso di colpa, a rifornire Pippo del suo cibo quotidiano, ho sentito vicino a me, vicinissimo direi, un sospiro grande come d'una angoscia finalmente liberata. Conscio per cultura e per senso e luogo comune che Pippo è muto proprio come un pesce, ancorché rosso, ho potuto così appurare che tanto sospiro veniva da Beniamina: non solo, ma ora la pianta protendeva i rami più vicini e le punte delle sue foglie vellicavano allegre l'acqua di Pippo in mille e uno giochi e scherzi d'acqua, mulinelli gorghetti e gorgheggii. Una foglia ancora, più fresca, giovane e audace si spinse fino a solleticare la pinna dorsale di Pippo che, sul momento, ondeggiò voluttuosamente con la grazia scodinzolante di un cagnolo festoso, poi, con un guizzo felice, "baciò" la fogliolina: e il suo bacio fu così intenso e appassionato e voluttuoso che la fogliolina si staccò da Beniamina e prese a galleggiare lieta nell'acquario. Udii, in quel momento, una risatina garbata e ancora un sospiro, più lieve ora, come appagato. E mentre Pippo giocava con la sua fogliolina, risatine e sospiri si alternavano in un crescendo di felicità bambina. Poi, un gridolino e, ancora, un sospiro grande grande grande. Quindi, il silenzio: la pace delle acque delle foglie di Pippo e di Beniamina. Da allora non ho più chiuso l'acquario. Oggi molte foglioline galleggiano e per ognuna di esse Pippo ho un gioco, un guizzo, uno scherzo. Ho preso atto che la prima fogliolina già trascolora dal verde a un rosa pudico mentre Pippo esibisce sulla sua tenuta rossa alcune screziature quanto mai vezzose di un verde beniamino. Non posso dire al presente a quali esiti porterà questa storia dâamore. So che in famiglia è stata accettata con dovuta comprensione e disponibile liberalità. Mi è di conforto, comunque, sapere ora qual era e qual è l'origine di quei nuovi rumori che sono ulteriore compagnia delle mie solitudini dattiloscritte.

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