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oggi voglio

Prima che il giallo canti

di Gino&Michele su Smemoranda 1985 - Giallo

Al ritiro, la cena per la squadra fu fissata intorno alle venti. Dieta rigorosamente mediterranea, come da un po' di tempo esigeva la più attenta medicina sportiva. Carne - capretto, perché no -, pane, frutta, un po' di vino e poco, pochissimo sale. Una cosa alla buona, nonostante le apparenze, da consumarsi sotto il porticato di una trattoria di provincia, messa a disposizione dal solito socio onorario promosso tale più per convenienza di companatico che per meriti sportivi. D'altra parte c'era poco da scegliere da quando il Presidente - Dio l'abbia in gloria - se n'era andato chissà dove, tagliando i fondi e la corda. Con la squadra allo sbando era rimasto il figlio, il Mister, molto più umano del Vecchio, ma con il carisma sufficiente per tenere assieme una squadra a pezzi. Almeno fino a quel momento, cioè al giorno prima della finale alla quale i ragazzi erano arrivati per miracolo e nella quale sembrava proprio fossero destinati a capitolare. Il Mister medesimo non faceva mistero del suo scetticismo, ma intendeva uscire dal campo a testa alta, come si addice ai poveri cristi che sanno di esserlo e lo vivono con estrema dignità. Per questo, con la grande sapienza della gente del Sud, così poco avvezza ai trionfi di una finalissima, aveva invitato alla calma. Il Mister non capiva molto di gioco, ma possedeva in più una dote rarissima tra gli allenatori: se avevi dei problemi ti leggeva nel pensiero e in quanto alla parola, sapeva parlare da dio e non era mai scontato in ciò diceva. Per la settimana precedente l'incontro, aveva provveduto allâindispensabile e il posto del ritiro era quasi bello, in collina, tra gli ulivi. Un alberghetto da sogno, non fosse stato per la tensione della finalissima, quella stramaledettissima finale, e per il caldo: al Sud il mese di aprile rischia di essere anche più tosto di certi agosti a Villarperosa. D'altra parte, come si diceva, anche il clima della squadra oramai non era dei migliori. E tuttavia non si poteva pretendere: undici titolari e una riserva racimolati in zona Cesarini tra infortuni, squalifiche e defezioni. Il Mister si era fatto oltremodo pensieroso, quasi il presentimento della sconfitta lo inebetisse. Mancava lo slancio, stavolta. E in più si poneva il problema della panchina, ora che mancavano poche ore all'incontro. Sapeva, il Mister, che il problema della panchina sarebbe stato la sua croce, giacché nessuno, a quel punto, avrebbe accettato senza discutere l'onta di non scendere in campo tra i titolari. I ragazzi alla spicciolata lo raggiunsero al desco. Solo allora si accorsero di essere in tredici. "È di buon auspicio per la schedina", azzardò Matteo, lo stopper, che essendo stato un tempo impiegato al catasto, non aveva perso il vizio del sistema del giovedì, in società coi colleghi. Ma Pietro, che giocava in porta con il numero uno, non sembrava niente tranquillo e nemmeno Tom, un caratteraccio, accettò di buon grado la fatalità di quel numero così imbarazzante, tanto che contò e ricontò più volte, incredulo e per tutta la sera non si diede pace. Insomma, l'opinione comune era che sarebbero stati "cazzi", cosa giusta a pensarci ma sconveniente non poco a dirsi, così che le cronache postume si limitarono a riferire di un diffuso e non meglio precisato clima di sconforto. Dunque, tolto il Mister, si restava in dodici tondi: chi non avrebbe giocato? Naturalmente, al momento di sedersi vi fu un gran daffare per accaparrarsi un posto accanto al Mister, così che nel fandango che ne uscì, solo il più giovane e il più forte, Gianni, trovò posto alla destra. Tutti gli altri finirono, come al gioco della sedia, collâaccomodarsi dove capitava e già Simone, il più distante dal centro, paventava la maglia numero tredici, quando accadde che il Mister, levatosi con solenne fermezza, estrasse un foglietto e prese lentamente a leggere: "Numero uno Pietro. Andrea, suo fratello, e Giacomo, terzini. Giovanni, il mio Gianni, che ci ha fiato, mediano. Matteo stopper e Bartolomeo libero. Filippo ala tornante. Tommaso, il Tom, come lo chiamate voi, interno destro. Giacomo, figlio d'Alfeo, nove. Simone, detto Zelota, è l'altra mezzala e Giuda, fratello di Giacomo, ala Sinistra. Con me in panchina verrà Giuda Iscariota, numero tredici. Buon appetito." Il Mister si risedette lentamente. Nessuno dei dodici aveva osato levare lo sguardo dal piatto. Fu ancora il Mister, per l'ultima volta, a rompere il silenzio: "A proposito, qualcuno tra voi mi tradirà." Era chiaro che c'era un solo sospettato, uno, il tredicesimo, cui evidentemente non era servito, nella bagarre dell'assegnazione dei posti a tavola, l'essersi intrufolato proprio alla destra del Mister. "Sono forse io, Maestro?", si affrettavano a ripetere i titolari, ma lo facevano più che altro per scaricare la tensione che ormai si era fatta insopportabile. E poi non c'era più tempo: l'agnello si era freddato ed era quasi ora di andarsi a coricare. Battere la Roma, con quella squadra povera, del Sud, e così raffazzonata, sarebbe stata impresa, il giorno dopo, proibitiva. Un miracolo, forse. Ma il Mister, di miracoli, aveva deciso di non farne più. D'altronde stava scritto: era una partita persa in partenza. Anche perché il povero Giuda, con la maglia numero tredici sulla schiena e il morale alle caviglie, se n'andò nottetempo a vendere la partita. Gli diedero trenta milioni. E la squalifica a vita. Sul campo, il giorno dopo, naturale, vinsero i Romani. Fu un match durissimo e in più pioveva. Ma quel che conta è che vinsero i romani. Solo dopo, col tempo e a tavolino il giudice sportivo riabilitò quella squinternata ma coraggiosa squadra del Sud. Il Mister, purtroppo, non vide i suoi ragazzi piangere di gioia, che non aveva retto a quella brutta faccenda, passata alla storia come il primo vero giallo del calcioscommesse.

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