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Giallo Gay

di Umberto Gay su Smemoranda 1985 - Giallo

Appartengo da sempre alla categoria dei "gialli". No, non è che io sia particolarmente appassionato alle serie Mondadori; anzi ne leggo qualcuno solo d'estate, così, per allenarmi. Sto già divagando. Dunque: appartengo alla corporazione dei "gialli", di coloro, cioè, che hanno sempre dipinto sul viso un diffuso colorito giallognolo, spesso tendente al verde. Niente di che, per carità, ma quel tanto che basta perché tutti dicano: "ehi Giallo, come va?", "arriva Giallo", "Giallo, sei più verde del solito". C'è di peggio: qualcuno, più sofisticato, ti chiama Yellow, altri danno il via alla creatività e, compiendo arditi mixaggi di bevande-usi-costumi, arrivano a "Sprite", "Brown Sugar" e altri oltremodo disdicevoli nomignoli. Gialli si può anche diventare, ma in genere si nasce. È un attributo caratteriale che direttamente la natura si preoccupa di fornire. All'esterno, con gli altri in genere il Giallo è un personaggio come tutti: a volte calmo, a volte se la prende; a volte si sfoga, in altri casi si tiene tutto dentro. In questo ultimo caso il soggetto normale diventa per un limitato lasso ai tempo giallo. Noi no, noi lo siamo sempre: orgogliosamente gialli. Tutto quello che accade, dal caffè troppo caldo al taxista scemo, dalla chiacchierata con qualcuno che critica il Milan alla discussione politica, tutto è occasione per rivendicare di essere gialli (indipendentemente dal fatto ci si sfoghi o meno). Non tutti però hanno l'occhio addestrato a riconoscere un giallo al primo colpo anche perché la vita metropolitana può farti momentaneamente assomigliare al limone per mille altri motivi. Per individuare il vero giallo basta incrociarlo la notte, allorché, mesto e "giallo", fa ritorno alla propria magione (dove, ovvio, non c'è niente di giallo, neanche i pompelmi). Il giallo cammina praticamente piegato in due e il colorito vira al verdino. Ulcerazioni dolenti e contrazioni atroci rallegrano il suo stomaco e la sua pancia. Fitte, crampi, storcimenti dal piloro al crosso, accompagnano grevi la salita delle scale. La giornata è tutta lì, memorizzata come in un sofisticato personal computer. Nulla è rimosso: il personale e il politico, il conflitto uomo-donna, i debiti da pagare, il lavoro fallito, il cibo che non si digerisce mai. Ma il giallo non è di per se triste, anzi. Nei rari momenti in cui lo stomaco ritorna in sé e la fantasia ti estranea dal resto del mondo il giallo è anche felice - totalmente sereno e appagato - come lo può essere solo colui che è torturato dal mal di denti nei 30 secondi in cui tutto sembra essersi risolto da sé. Essere gialli significa acquisire una filosofia fatta di rigore storico e di gusto sottile per le piccole gioie della vita. È una fortuna di pochi. Infine, ma siamo proprio un'assoluta rarità, si può essere due volte gialli. Un'impresa che riesce a quelli che, da gialli, si occupano di fatti un po' gialli. Mi sono sempre chiesto perché la chiamino cronaca nera. Eppure tutti i protagonisti, ma proprio tutti, sono abbondantemente gialli. È sicuramente giallo il cadavere ritrovato con tre pallottole in testa; molto probabilmente era giallo quello che gli ha fatto i buchi. Posso inoltre giurare sul fatto che sono gialli i vari "addetti ai lavori", anche molto diversi fra loro, che poi ci ravanano su. Lì se non sei giallo stai sicuro che dopo un po' lo diventi. Ed è anche per questo che voi rosacei, marroncini, olivastri, albini dovete fare poco i furbi perché, sotto sotto, la maggioranza la facciamo noi Gialli. E prima o poi.

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