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Mater purissima pater robustissimus

di Antonio Faeti su Smemoranda 1984 - Made in Italy

Oggi non si fondano più le città e non so neanche perché. E tutta la vita che aspetto di essere chiamato a tracciare un solco, con al mio fianco, bene in vista, la spada per difenderlo. Quelle scritte nere sui muri più impensati, firmate, con una calligrafia da pazzo: "Mussolini" e quei ghirigori potenti, proprio da uomo indiscutibilmente maschio, che anche i calligrafi, appena li decifrano, cominciano subito col dire: "È la scrittura tipica di uno con i coglioni", quelle scritte nere mi hanno perseguitato per tutta la mia giovinezza. Adesso finalmente, sono sparite, ce n'è solo una nella parete della casa di un contadino di Anzola Emilia, che la ne tiene lì come attrazione turistica, la ritocca quando scolorisce troppo, e l'ha tutta incorniciata con scritte sue, così adesso si legge: "È l'aratro che traccia il solco - vino, ciccioli, pane genuino casareccio, spontini, coppa d'estate, coppa d'inverno, prosiutto, cresentine, panceta sotaceti - ma è la spada che lo difende". Però quelle scritte mi inseguivano, un tempo. Era un lunedì di Pasqua, quasi trentâanni fa, e io stavo abbracciato a una fanciulla, timida e con la gonna lunga, ma molto "sexy-elegance", come le studentesse bramatissime dei campus. le bellissime di Animal House o di Porky's. Ero solo, in città, perché tutti erano dati dove gli aveva detto la TV: infatti c'erano già le e le Seicento. E avevo grande trasporto e quasi irresistibile capacità seduttiva, quando l'occhio, però, corse per conto suo a leggere: "Se avanzo seguitemi indietreggio uccidetemi". Non so come dire: mi smorzai, andammo a casa adagio, non ci stringevamo più, mi sentivo inutile, insicuro. Certo doveva essere il paragone con la mia calligrafia tutta tondino, rimasta sempre uguale dalla terza elementare, e le implicazioni sessuali, basate specialmente sul confronto tra le "elle" mie, grassocce, paciocchine, e le "Sue", forti come membri, perbacco, le "Elle" di un Capo, cosa ne dice dottore? Bene, a forza di leggere quelle frasi del solco e della spada, ho pensato che dovevo fondare una città. Una città assolutamente italiana, una città così italiana che, in confronto, le piazze di De Chirico dovevano ricordare Denver (Colorado). Una città umbro-sabello-atellana "Etrusca" per gli uomini e "Capriccio"per le signore. Sì, perché, appena penso a una città da fondare, ricordo anche tutte le ditte che vorrebbero sponsorizzare la fondazione, e così, quelle pubblicità Anni Cinquanta non è un caso se mi sono venute in mente. Del resto si riferivano a due profumi assolutamente "Nazionali": Etrusco (per gli uomini) e Capriccio (per le signore). So bene, del resto, che una città me la lascerebbero fondare anche subito, ma si chiamerebbe Pepsicolia e sorgerebbe in provincia di Rimini. Mentre invece lo vorrei proprio qualcosa di classico, da scavarle intorno il solco, e poi difenderlo, nell'Agro Pontino, come Sabaudia, Pomezia, Aprilia, e quei nomi Anni Trenta che appena a sentirli pronunciare mi fanno libidine. Sono città, inevitabilmente, molto sessualizzate, tutti i film che ci girano dentro sono sempre del tipo "madre incontenibile" e "figlia che mostra il pube adolescenziale", basti pensare alla Storia di Piera di Ferreri. Doveva ambientare gli esterni a Bologna, dove si è svolta la storia vera ma lui ha fatto un misto di Littoria, Avanguardinia e Ducionia. Con buon successo, perché mentre la madre e la figlia guardano un pozzo, uno stagno o non so bene che cosa, viene su dall'acqua un omone, più italico-originario dello stesso guerriero di Capistrano, e le abbraccia tutte e due, nudo com'è. Tanto che si forma un quadro bellissimo, tipo "etnia", oppure "nostre radici profonde" o anche "nelle vene dell'Italia". Invece, se il film lo avesse ambientato a Bologna, la scena sarebbe stato costretto a riprenderla presso il Canale del Reno (e già, come nome, fa venire in mente "Bar Sport", non Nettuno o Polifemo), fra l'altro è un canale che è stato prima coperto e asfaltato, per via del "post-moderno" di Zangheri, e poi, adesso, è in corso di riapertura e riscopritura, perché l'ARCI è anche un po' verde e ecologica. Bene che gli andasse, a Ferreri dall'acqua veniva poi fuori Renzo Imbeni, con una tuta da subacqueo, la scritta "Fed. Prov. PCI" e i baffi da giovane amministratore democristiano dal Comprensorio Pianura. Non so se fonderò mai la mia città italianissima, ma mi sono accuratamente preparato, almeno dal punto di vista antropologico-culturale. Ho scelto le due divinità che dovrebbero proteggere la città ed essere poste, in pietra e benissimo scolpite, ai due estremi del Decumano Maggiore. Poi, mi devo un po' essere come esaltato, perché queste due divinità le penso inevitabilmente capaci di proteggere lâItalia intera, già esistente, non solo la mia città ancora da fondare. E allora tantâè che le descriveva e ne racconti un po' la storia e dica anche perché non c'è Mundial, o Garibaldi, o Versace, o Pavarotti, o il Lambrusco in lattina, o Pertini, o i "marò", o Valentino che tengano, insomma le cose per cui l'Italia è grande nel Mondo, lo resto del mio parere: non abbiamo nulla di più nostro, di più primigenio, di più umorale, di più "inconscio collettivo", delle mie divinità. E ora che ho creato un po' di attesa, solo ora le nomino, reverente, quasi fossi il loro Gran Sacerdote, o il loro Messia (e un po' lo sono, anche, certamente...) Lei, Mater Purissima, mamma verace (e anche vorace) di tutta la stirpe italica, è Eleonora Cianciulli, da Correggio, di professione avvelenatrice, deceduta ben tredici anni fa nel Manicomio Criminale di Aversa, ingiustamente, oltraggiosamente dimenticata da tutti noi, figli immemori e incoscienti. Sì, qualche ambiguo tentativo di avvicinarsi alla sua grandezza e al suo mistero è anche stato fatto: un film, una commedia hanno parlato di lei... Ma che miseria! Che pochezza! Si è abbondantemente sfiorato il limite del sacrilegio. Lui, Pater Robustissimus, è Gim Toro, marinaio e tirapugni, guizzato come una meteora tra le pagine di fumetti che portarono il suo nome e si chiamarono anche "Gimtorissimo", perché il culto è bene non rinunci allâuso dei superlativi. Si parla di "Gola", di alimenti, di cultura materiale, e non câè una piazza, un vicolo, un "largo" che ricordino la Canciulli! Sempre la solita, italianissima incoerenza. Ebbene, questa madre divorante (metafora incontrollabile del "divoramento da madre" di cui perfino la pubblicità dei Lines da ancora conto, con quei denti canini di giovani mamme protesi verso i glutei teneri pargoli a 23 pollici) non ha un tempio, non possiede sacerdoti, non viene celebrata in nessuna ricorrenza. La Cianciulli squartò, tagliuzzò, sgozzò, bollì un certo numero di sue vecchie vicine. Preparò saponi balsamici con lo stagionato lardo delle sue amiche, triturò ossa per fabbricare ciprie, colorì il suo rosolio con sangue purissimo d'annata, cucinò crostate, si avventurò nei percorsi inesplorati della chimica e della dietetica. Fu grande e fu vittima di un equivoco colossale: sbalorditi e perplessi, i suoi rari esegeti, i suoi agiografi improvvisati, indugiarono sui mezzi e obliarono i fini. Perché scannava e cuoceva, perché, soprattutto, sperimentava e cercava? Lo disse, anzi lo urlò, con viscerale disperazione, lei stessa, al processo, ma non fu ascoltata. Madre sfortunatissima di innumerevoli figli nati morti o scomparsi in tenerissima età voleva solo risalire alle radici della vita per scoprire le ragioni della sopravvivenza. Maciullava le vecchie, ma pensava ai bambini, cuoceva antiche carni e guardava preveggente come una Dea, alle culle vuote che oggi fanno banalmente brontolare gli Assessori della Pubblica Istruzione di Base. Il Movimento per la Vita e CL dovrebbero costruirle un santuario, invece non le hanno dedicato neppure un santino. Gim Toro, sorridente scazzottatore in maglia a righe, è il 'Volto onesto" della virilità italiana. Nacque nel 1946, per i testi del geniale Andrea Lavezzolo e per le tavole vibranti di Edgardo Dell'Acqua, e visse tredici anni, con diverso formato e varia periodicità. Aveva sempre accanto due divinità minori, ma fulgide e vive: il fido e buonissimo greco Bourianakis e il Kid, saltellante e brioso character, degno di Plauto o di Menandro. Gim Toro amò e sedusse la Vipera Bionda, lottò contro le società segrete (cinesi), portò in giro per il mondo quel suo sorriso onesto e audace, quelle sue braccia da onesto operaio, quei suoi capelli che un onesto barbiere aveva sforbiciati e imbrillantinati. In tempi di P2 si potrebbe erigergli una basilica anche solo per tutto quel suo battersi contro le hong che raccoglievano fratelli, cugini, "amici". È bene però sottolineare soprattutto che, appena dopo Marco Polo e molto prima di Paolo Rossi, Gim Toro ci disse, sorridendo, che potevamo essere "grandi" da Dallas (Texas) a Pechino (Asia). Oppure, più semplicemente, che non ci si doveva troppo vergognare di essere italiani, tanto c'era sempre un greco che era peggio di noi. Non fonderò la mia città. Il mio aratro giace, con altri reperti, in una bacheca; del Museo della civiltà contadina di San Martino di Bentivoglio. Tengo la spada, però. Perché Gim Toro, per sua natura, non corre rischi (anche se un fumettologo analfabeta ha già scritto che Dell'Acqua ricavò il suo volto da quello di Tyrone Power... Blasfemo!) ma per la Cianciulli non si sa mai. Stia bene attento Enzo Biagi, rifletta un poco Marco Ferreri. II giorno che in una cartolibreria dovesse spuntare: Borgia alla Cianciulli. Le avvelenatrici a fumetti. Mondadori, p. 136, L 58.000 (iva inclusa), o quello in cui una sala d'Essai, dovesse apparire Storia di Leonarda, io farei finalmente giustizia. Decollerei col mio gladio la sapiente canizie del più grande giornalista italiano, e sbudellerei il più grosso regista italiano, gridando inflessibilmente: "Viva l'Italia". Su Rete Quattro, naturalmente.

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