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Io, Cannes e l'oscuro

di Maurizio Porro su Smemoranda 1984 - Made in Italy

Il made in Italy è anche un concetto che si esporta facilmente all'estero. Vedere, per credere, il nuovo Palais del Festival di Cannes, apertosi ufficialmente alle baldorie del cinema nel 1983: qui ha attecchito splendidamente una certa disorganizzazione tutta nostrana. Per esempio, il vezzo di far ammassare davanti alle porte d'ingresso migliaia di persone e di aprire infine - quando la calca è impressionante e la folla ondeggia, suda e si ribella - un pertugio piccolo, ma proprio piccolissimo, in modo che si passi uno per volta dopo aver mostrato tutte le tessere e i biglietti di cui si è in possesso, comprese le foto di famiglia. Per esempio, il vezzo di alternare la direzione delle scale mobili: ieri lì si scendeva, e oggi invece si sale. Che male c'è? È l'inventiva. È il cinema, quello nastrano, che continua a non esportarsi. A parte qualche caso, come "Io, Chiara e lo Scuro" di Ponzi o "Sapore di mare" di Carlo Vanzina, che infatti, non a caso, sono due fra i migliori "americani" della passata stagione. Per il resto, vale per l'attore straniero lo stereotipo tipo "mi piacerebbe molto lavorare in Italia" ma poi nessuno si adopera davvero per farlo. A domanda banale risposta banale. "Quali sono i registi con cui le piacerebbe recitare?" - "Bertoluci, Felini...". Senza doppie. Ma la nave va, Cinecittà rinasce, e la distribuzione di stato pure. Anche le attrici 'straniere' desiderano : esperienze made in Italy. Sofia Loren, per esempio, ormai francese (o americana?), torna in Italia nel 1984 per girare una storia un po' tragica e un po' comica. Come è la vita, com'è Napoli. Com'è il nostro cinema: qualcosa, prima o poi, viene sempre fuori.

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