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L'ABBICI' dei nuovi mostri

di Morando Morandini su Smemoranda 1984 - Made in Italy

ABATANTUONO, DIEGO (Milano, 1955) - Presenza dirompente di bestione dall'aspetto fintamente torvo che mima, svelenendoli con grottesca naturalezza, gli aspetti più drammatici dell'immigrazione meridionale nel Nord. Principe della farsa neoplebea in tutta la sua tracotante cialtroneria, la sua arma più micidiale è il gergo lombardo-pugliese di "terrunciello" che si sente "milanès al cient pe' ciento", inventato da altri ma che ha fatto suo con tremenda efficacia antropologica tanto per generare un'imitazione selvaggia più casinistica che divistica. Nove film in subordine prima di rubare la scena alla Vitti di Il tango della gelosia (1981) esplodere come protagonista di I fichissimi e Eccezziunale veramente nella stagione 1981-82. Dopo il mezzo fiasco di Attila, flagello di Dio (1982) l'hanno ibernato in attesa che al pubblico passi la sbornia. LUOTTO, ANDY (Brooklyn, 1950) - Figlio di Gene, doppiatore di film italiani negli States. Fa parte della tribù di Arbore insieme con Bracardi, Marenco e C. di L'altra domenica. Sguardo spiritato e afasia lunare (lunatica) ma da solo, come protagonista di Corse a perdicuore (1980) di Carriba, ha fatto cilecca. Lo si aspetta con tremore e timore in Grunt (1983) dove recupera la farsa trogloditica come autore completo (sceneggiatura, regia, interpretazione). ARBORE, RENZO (Foggia, 1937) - Nasce come disc-jockey. Conduttore di trasmissioni radiofoniche e televisive, attore, regista, entertainer, scopritore e valorizzatore di talenti comici e no, clarinettista, persine cantante. Colto, intelligente che si fa passare per fatuo, coltiva l'ironia che scade qua e là in lepidezza goliardica (ma lo sa, lo sa). Eclettico, poliedrico, è un uomo di buone letture anche se lo nasconde e c'è sicuramente Oscar Wilde sul suo comodino. ARENA, LELLO (Raffaele, Napoli 1953) - Faceva da spalla a Troisi e De Caro nel trio della Smorfia, e da spalla, deliziosamente minoritario, funziona benissimo in Ricomincio da tre e Scusate il ritardo perché compensa col suo "peso", non soltanto fisico, la leggerezza di Troisi. Come protagonista di No, grazie, il caffè mi rende nervoso, invece, non riempie il fotogramma, o lo riempie troppo. BELLEI, MINO (Genova ?, 1940 ?) - Un film solo, Bionda fragola (1980), ma tutto suo: commedia d'origine, adattamento, regia, interpretazione. Troppo poco per salutarlo some il Neil Simon della Liguria. Esibisce senza ostentazione né volgarità il suo "vizietto", impregnandolo di veleni sottili e di zitellesca brillantezza. Troppo sofisticato, forse, per solleticare i cattivi umori della gente che va al cinema. BENIGNI, ROBERTO (Costigliene Fiorentino, 1952) - Socio onorario del SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani) grazie a L'altra domenica, ebbe il suo vero battesimo col monologo del Cioni Mario, embrione di Berlinguer ti voglio bene (1977) di Bertolucci junior, suo complice anche nell'esordio registico frenato di Tu mi turbi (1983). È il caso raro di un tipo tosto che ha fantasia, un miscuglio di intelligenza bertoldiana e di estro surrealista, di fragilità aggressiva e, mite irrazionalità e atroce allegria di estroverso gonfio di solitudine. L'hanno definito un Woody Allen da letamaio e c'è chi dice che la sua comicità tattile, umorale e poliurica non s'addice al cinema. Ma grattate lo "show-man" e troverete un poeta. BENVENUTI, ALESSANDRO (Pelago, Firenze, 1950) ö Eâ il più Gian e il meno Cattivo del trio dei Giancattivi, con Athina Cenci (1946) e Francesco Nuti insieme ai quali ha fatto per molti anni il cabaret e Ad ovest di Paperino (1981). Il loro gruppo era la variante amabile dei maledetti toscani che si muovono tra una radio libera e un ufficio di collocamento. È, fisicamente, un Benigni dolce, meno originale ma anche più capace di staccarsi dalla maschera e recitare, fare l'attore. Ha avuto l'accortezza e la modestia di affidarsi a un regista colto e forbito come Maurizio Ponzi per Madonna che silenzio c'è stasera (1982) e Io, Chiara e lo Scuro (1983) dove mostra che, con una stecca in mano, è un asso. E un giannettaccio alternativo con la sordina con qualche radice nell'assurdo e nel bizzarro. CALAâ, JERRY (Calogero, Catania 1951) - È il comico puro del quartetto dei Gatti di Vicolo dei Miracoli, di origine veronese (Umberto Smaila, Nini Salerno, Franco Oppini). Partiti dal cabaret, hanno fatto nel 1980 Arrivano i Gatti e Una vacanza bestiale, ma poi ciascuno ha preso la propria strada. Funziona meglio in gruppo (I fichissimi, Sapore di mare) che sfuso (Vado a vivere da solo), ma si ha l'impressione che abiterà sempre nei piani bassi della nuova commedia italiana. MORETTI, NANNI (Brunico, 1953) - Ovvero dal Super 8 alla Mostra di Venezia dalla nomèa tra i "cinéphiles" (Io sono un autarchico, 1976) alla notorietà del rotocalco (Ecce Bombo, 1978, Sogni d'oro 1981). Poi il silenzio nevrotico per accumulare scorte di ideuzze scartate. È il solo ad avere un'idea precisa, fin troppo rigorosa, di cinema; il solo a non fare film soltanto in funzione di se stesso interprete. La sua consapevolezza d'autore non ha freni nemmeno nel rispetto del budget. Anche nei momenti più divertenti tende a togliere più che ad aggiungere, a smorzare più che a intensificare. È il Bresson (o il Shultz?) della neocommedia italiana. Tra tanti registi "on the road", coltiva il cinema "in the room". La sua attenzione per il mondo giovanile urbano (romano) è critica, ma dal di dentro, fatta di irrisione affettuosa, non di derisione, lucida ma saccente. Per lui che non è mai stato giovanili: maturità è tutto. NICHETTI, MAURIZIO (Milano 1947) - Laurea in architettura, mimo, lungo apprendistato alla bottega dâanimazione di Bruno Bozzetto, esplode col madornale successo di Ratataplan (1979), 100 milioni di costo, cinque miliardi d'incasso; tiene botta con Ho fatto splash (1979) dove - fatto unico nel cinema italiano - lascia spazio a un terzetto di giovani attrici comiche e, infine, come Moretti in Sogni d'oro, arranca al botteghino col terzo film. Domani si balla (1982) in coppia con la conterranea Melato. Dietro all'ottimismo di Troisi c'è la malinconia partenopea, dietro a quello di Verdone un cinismo di segno romano. E dietro allâottimismo di Nichetti? La tristezza un po' nevrotica e Milano. Pochi si sono accorti dell'assillo di sperimentazione stilistica e di invenzione comica che il suo secondo e terzo film racchiudono. TROISI, MASSIMO (S. Giorgio a Cremano, Napoli, 1953) - Con quattordici miliardi in due stagioni tra l'81 e lâ83 Ricomincio da tre ha già battuto il primato degli incassi, e Scusate il ritardo non è certamente un passo falso nemmeno al botteghino. Col Gaetano del suo primo film ha creato il primo personaggio maschile del cinema italiano che dimostra la profondità del rivolgimento antropologico portato dal femminismo. È il miglior esponente di quel nuovo teatro napoletano che ha in Eduardo De Filippo il suo maestro e battistrada: la sua parlata napoitaliana, così farfugliata e martellante, è di un teatralismo sapientissimo con le pause al momento giusto e le battute che s'intuiscono prima ancora di essere pronunciate; pur povero di vocaboli, il suo dialetto si fa dialetto di un'acuminata capacità di osservazione, di un'irriverenza teneramente beffarda da ma anche di una struggente tristezza. La sua comicità ha riscattato Napoli dalla pizza, i mandolini, il macchiettismo, e ha conquistato l'Italia. Il suo Vincenzo di Scusate il ritardo dice del fratello Alfredo, cioè di se stesso: "Questa è l'Italia d'oggi, quello ha una facccia che è una tragedia, tutti lo vedono e si mettono a ridere." Particolare importante: come Benvenuti (e Moretti, perché no?), Troisi è bello. Non è una novità: Keaton era bellissimo. VERDONE, CARLO (Siena, 1950) - II suo babbo morale è Mario Verdone, storico critico di cinema, ma in arte è figlio di Alberto Sordi anche se proprio con lui, e affidandosi a lui, ha fatto il suo film più sciatto e pecoreccio (In viaggio con papà 1983). Non ha subito ritardi: tre anni, tre film. I primi due - Un sacco bello (1980), Bianco rosso e Verdone (1981) - sono fatti di tre cortometraggi (tre personaggi tre percorsi) intrecciati; con Borotalco (1982) ha messo la sordina al suo fregolismo di uomo-orchestra alla Sellers, al suo virtuosismo dâattore che lavora soprattutto sulla voce, e, mettendosi al vento della moda (di Castellano & Pipolo, la più o celebre cop(p)ia di Cinecittà), ha confezionato una commedia brillante ed evasiva con qualche riminiscenza del cameriniano "Signor Max" (1937), molto talco e poco acido (borico). Ma ha qualità di osservazione e d'ascolto, di cura maniacale dei dettagli nella descrizione dei vezzi e delle manie della mediobassa borghesia, di affetto per i suoi personaggi che dovrebbero assicurargli una lunga carriera.

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