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Garibaldi educa

di Aldo Alessandro Mola su Smemoranda 1983 - Garibaldi

Rievocazione delle più importanti pagine dell'epopea risorgimentale ed esaltazione degli ideali patriottici, al fine dell'educazione dei giovani (soprattutto dei "figli del popolo") costituiscono i capisaldi del credo letterario-pedagogico, scopertamente romantico, di Giuseppe Garibaldi. I suoi scritti, incomparabilmente meno brillanti e famosi delle sue imprese, nascono sempre a ridosso degli eventi. Garibaldi sentiva imperioso il desiderio di narrarsi, di consegnarsi ai contemporanei e ai posteri non solo attraverso le azioni ma anche nell'immagine, nell'interpretazione "ufficiale" ed "autentica" che credeva di doverne fissare con la sua stessa penna. (...) Dalla sua grossa e laboriosa opera Garibaldi si prometteva fama (quasi ne avesse bisogno!) e quattrini. Per il manoscritto ("I Mille" del 1872, ndr) fece chiedere trentamila lire (qualcosa come trenta milioni di oggi). Dato l'autore era poco, dato il romanzo era molto più che troppo. Ma aveva gran bisogno ed urgenza di fondi per rimettere in sesto una casa forse troppo frequentata da una corte in cui piccoli profittatori e parassiti si mescolavano alle figure eminenti del partito d'azione, del radicalismo, della democrazia italiana ed europea. Erano anni, quelli, durante i quali Garibaldi rifiutava la pensione 150.000 annue (circa 150 milioni attuali), offertagli dal Parlamento italiano come ricompensa per il fondamentale contributo recato all'unificazione nazionale. Al fierissimo massone Luigi Stefanoni, il 9 gennaio 1875, motivava il rifiuto scrivendo: "Io credo che sia il tempo di dare addosso alla setta pretina e procurare di ottenere il terzo periodo di incivilimento dell'Italia, proclamando la religione del Vero". Fu solo dopo l'ascesa al potere della sinistra storica che Garibaldi ritenne di poter far cadere le "ripugnanze all'accettazione del dono", affrettandosi a deporre le velleità di romanziere (non quelle di poeta, che ancora nel settembre 1880 si dilettava di rimare versi come questi: "Quando domine dio si compiaceva / di crear tutto, lupi, mosche, preti / e le zanzare e i bellissimi Zeva / vezzi e i suoi vizi tanti e maledetti..."). (...) Il suo violento anticlericalismo crediamo sia stato all'origine delle grosse difficoltà che Garibaldi trovò nel collocare le sue opere presso editori stranieri. Era un tasto su cui Garibaldi aveva suonato ripetutamente. "In ogni mio scritto, afferma nelle ÎMemorieâ" (iniziate nel 1849, ndr), "io ho sempre attaccato il pretismo, più particolarmente perché in esso ho sempre creduto di trovare il puntello d'ogni dispotismo, d'ogni vizio, d'ogni corruzione". (...) Nel 1863 (dopo la ferita all'Aspromonte) era sbottato mandando un troppo esplicito incoraggiamento al giornale "Il martello dei preti": "Io lodo la comparsa del vostro Martello, e spero che l'userete sempre con perseveranza sulla triste genìa dei preti, che nel santo nome di Dio ruba la vita e la libertà al popolo. I preti non si smentiscono e vogliono essere trattati col martello. Nelli scorsi tempi furono da noi rispettati sulla credenza che volessero propugnare la nostra causa. E fu un inganno; essi oggi ammorbano e distruggono tutto, come le cavallette. Alziamo forte la voce e mostriamo al popolo la verità". (...) Nel "Clelia" (la sua prima opera letteraria, del 1868) il Solitario di Caprera si scaglia contro il Governo (reo di intercettargli la corrispondenza... in assenza di telefoni), accusandolo di connivenza con la "setta pretina", di impotenza, di debolezza, di servilismo nei confronti dell'invadente vicino, Napoleone III. (...) Ben più che nei mazziniani, accusati di oscure manovre a danno dei garibaldini, le speranze del Solitario vengono riposte nel "popolo", cantato ancora una volta, sulla scia di Petrarca e Machiavelli, come erede delle virtù romane, dellâ"antico valor". Fondamentalmente extraparlamentare (la Camera gli aveva talvolta fatto da cassa di risonanza, ma egli aveva ben altre tribune e ben altri modi per far sentire la sua voce!), la sua simpatia si allarga ai giovani, di cui sa apprezzare l'irrequietudine, la disponibilità, la sete di novità, di mutamenti, di progressi; e giunge sino ai "briganti". "La guerra es la verdadera vida del hombre" epigrafe Garibaldi in prefazione alle "Memorie". Ma nell'impugnare la penna ci pare abbia piuttosto fatto sua la massima di Giovanni Batterò, fondatore del principale giornale democratico quarantottesco, la "Gazzetta del Popolo" di Torino: "La parola stampata può avere lo stesso effetto che le mitraglie sul campo". Retorica? Forse. Ma non v'è dubbio che l'Italia vagheggiata da Garibaldi sarebbe riuscita più credibile, più accettabile di quella simboleggiata dai troppi e troppi busti e mezzi busti di re Vittorio e di re Umberto e dei loro baffuti ministri sulle piazze e pei pubblici passaggi di città e borghi e villaggi. (...) ALDO ALESSANDRO MOLA dalla presentazione di "Clelia, il governo dei preti" (edito da MEB

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