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oggi voglio

Uccidi per mangiare!

di Dario Fo - Dario Fo su Smemoranda 1981 - ...

In molte situazioni l'uomo è stato costretto a diventare antropofago, anche nell'antichità noi conosciamo in periodo arcaico popoli indicati come genti civili che praticavano antropofagia; molte volte era fatto rituale.

È risaputo che i guerrieri eroici uccisi in combattimento, anche se nemici, venivano divorati, perché si era convinti che il coraggio, la generosità, la forza si potessero acquisire mangiando appunto le carni del degno nemico ammazzato. Così come in altre tribù dell'Africa Centrale; ancora oggi quando un parente muore e, questo nella sua vita si è dimostrato onesto, retto, saggio e generoso, lo si mangia e soltanto le persone degne sono invitate a questo banchetto.

Davanti a queste tradizioni noi solleviamo tutto il nostro risentimento e la nostra indignazione, ciò nonostante quando studiamo i classici non stupiamo a scoprire i riti dionisiaci, in cui seppure in forma allegorica, si mangia il dio Dioniso che si è andato a rintanare nel corpo di un capro, appunto il capro espiatorio da cui nasce la tragedia (tractos ovvero mangiare il dio). Così anche nella religione cristiana si mangia e si beve Dio, un fatto allegorico, ma dentro esiste il rito di mangiare proprio il corpo di un uomo e in questo caso anche di Dio. Passando agli animali quelli che si cibano di carni varie, sappiamo che quando sono in una condizione di normalità, non sono malati, difficilmente aggrediscono e uccidono quando sono sazi.

Noi in verità, siamo fra i pochi esseri viventi che ammazzano anche quando non hanno fame. Durante le guerre accade che ci sia gente affamata con vicino il nemico ammazzato, questa preferisce morire di fame, lasciando così un cibo che gli è prossimo. Ora in questo secolo, noi ci troviamo davanti al problema di come cibarci e ci preoccupiamo del fatto che milioni e milioni di esseri stanno morendo di fame. Siamo bloccati dalla risoluzione del problema, proprio da un tabù il quale ci impedisce di mangiare i nostri simili. Si possono ammazzare, ma non si possono mangiare. Sono ipocrisie che noi ci portiamo avanti per una determinata struttura culturale.

Io credo che il fatto di superare questo tabù e di arrivare a capire che nella disperazione in cui ci troviamo, per salvare l'umanità, si cominciasse a non sprecare quei milioni di ammazzati freschi, (dovuti agli incidenti stradali, alle guerre, catastrofi naturali e terremoti) e tutte queste proteine, calorie, grassi e zuccheri, noi lasciamo che si disintegrino. Se si mangiassero subito e se ci organizzassimo per tenerli in ghiaccio o metterli in scatola, ecco che potremmo distribuire questo prodotto a tutta un'umanità che soffre di fame e salvarla. Naturalmente bisogna fare tutto un lavoro culturale precedente, per distruggere tutti i tabù che impediscono questa salvezza... Bisognerebbe insegnare fin da piccoli nella scuola che ci si deve uccidere solo per mangiare e le guerre devono essere portate in questa direzione. C'è il problema di abituarci anche ad un gusto, nel senso di abituare il palato ad un determinato cibo. Ci sono stati degli studiosi che hanno fatto inchiesta in certe tribù antropofaghe, e sono giunti ad una chiara classificazione. Così, sappiamo che fino ad una certa età l'essere umano è buono da gustare, le membra della donna giovane sono le migliori, e infine, a differenza di quanto si crede, i popoli di pelle scura hanno carni migliori di quelle dei popoli nordici, di tipo germanico.

Pare che gli italiani abbiano, come livello di sapore e di consistenza, un tasso altissimo e questo sarebbe un fatto importante e fondamentale per l'esportazione, in un paese come l'Italia che soffre di problemi d'equilibrio della bilancia. Oltretutto a conclusione di questa mia analisi, pare che gli indios e gli aborigeni siano dei cibi squisiti, invece di massacrarli sarebbe utile immetterli in un mercato efficiente. Comincerebbe anche a crescere un certo orgoglio razziale e soprattutto i cosiddetti "colorati" potrebbero emergere da un punto di vista di presa di coscienza delle loro qualità e del loro valore, sul piano del mercato e della civiltà.

(da una conversazione con Dario Fo)

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