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Lenny Kravitz e l'Orso Yoghi

di Elio su Smemoranda 2010 - Che storia!

So many tears I’ve cried / So much pain inside / But baby it ain’t over ’til it’s over”.

Sono alcuni versi della celebre canzone di Lenny Kravitz It ain’t over ‘til it’s over. Qualcuno potrebbe essersi chiesto (so che è improbabile, ma ho imparato che al mondo tutto è possibile): che relazione c’è fra Lenny Kravitz e l’Orso Yoghi, insomma, l’amico di Bubu? Per rispondere bisogna fare un passo indietro e parlare un po’ di baseball. Tanto Nico Colonna mi ha dato carta bianca. Pochi sanno che l’Orso Yoghi, in inglese Yogi Bear, deve il suo nome a Yogi Berra, mitico personaggio del baseball americano. Di origini italiane, precisamente di Cuggiono, paese che fino a oggi doveva la sua celebrità ad Angelo Branduardi, Lawrence Peter Berra venne chiamato Yogi da un suo amico di gioventù che colse in lui aspetti di spiritualità orientale o presunta tale, naturalmente involontaria. Yogi Berra, nato nel 1926 e ancora in vita, deve la sua fama ai dieci titoli ottenuti tra il 1946 e il 1963 nel ruolo di ricevitore con i New York Yankees; al suo aspetto fisico e alla sua faccia, un misto fra uno Jedi di Guerre Stellari e Alfred E. Neuman, il geniale personaggio di Mad (secondo me tutti e due hanno preso ispirazione da lui, anche se non ne ho le prove); ma ancor di più ai suoi aforismi, brevi frasi apparentemente senza senso rilasciate nel corso di interviste o riferite da amici e parenti che lo hanno trasformato nell’uomo più citato d’America e forse del mondo.

Eccone una selezione (leggere e riflettere brevemente prima di passare al successivo).
- Quando arrivi a un bivio, imboccalo.
- Bisogna sempre andare ai funerali delle altre persone, altrimenti non verranno al vostro.
- In questo posto non ci va più nessuno, è troppo affollato.
- Non ho detto veramente tutto ciò che ho detto.
- Ho sempre pensato che quel record avesse resistito finché non fosse stato battuto.
- Il baseball è per il 90% mentale. L’altra metà è fisico.
- Se non puoi imitarlo, non copiarlo.
- Devi stare molto attento se non sai dove stai andando perché potresti non arrivarci.
- Era difficile avere una conversazione con qualcuno, parlavano tutti.
- Si fa tardi presto da quelle parti.
- Ai miei figli non comprerò un’encicolpedia. Fateli andare a scuola a piedi, come ho fatto io.
- La pizza me la tagli in quattro fette, non penso di riuscire a mangiarne otto.
- Se la gente non vuole venire allo stadio, nessuno li fermerà.
- Carmen, sua moglie: “Yogi, sei nato a St. Louis, vivi nel New Jersey, hai giocato a New York. Se muori prima di me, dove vuoi che ti seppellisca?”. Yogi: “Sorprendimi”.
- Sì, sono brutto. E allora? Non ho mai visto nessuno battere con la faccia.
- Mai rispondere alle lettere anonime.
- Il futuro non è più quello di una volta.

Ce ne sarebbero molte altre, ma vi lascio il piacere di scoprirle sui libri o su Internet. Ora vi chiederete: perché costui ci racconta tutto ciò? Risposta: perché come i più avvertiti avranno già capito anche il titolo del brano di Lenny Kravitz It ain’t over ’til it’s over è una citazione di Yogi. Non è finita finché non è finita, apparentemente una stronzata, ma che pensandoci bene non lo è poi così tanto; e pensandoci ancora meglio si trasforma in una verità assoluta che potrebbe anche improntare l’intera vita di una persona. Io ne ho fatto una specie di regola generale; e sicuramente era una regola di questa specie di Trapattoni potenziato visto che qualcuno descrisse il piccolo italo-americano dalla faccia simpatica e apparentemente inoffensiva come: “L’avversario più duro da affrontare negli ultimi tre inning di una partita”.

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